Tiepolo Il segno dell’illusione di un futuro radioso

Questo si voleva dall’artista che faceva vivere il destino  nelle case dell’aristocrazia. L’esistenza con lui fu perfida



Mi pare che Giambattista Tiepolo abbia sempre un’aria imbronciata nei suoi ritratti, o di chi ama, nel cuore e nella lontananza visionaria dell’espressione; soprattutto quando si rappresenta in mezzo alle mille comparse negli affreschi. Lo abbiamo incontrato tante volte tra i grandi interpreti del Settecento, dal Veneto al Friuli, da Milano a Würzburg, in Germania, nella grande impresa alla Residenz, dove la pittura diviene un gorgo di profondità, un apparente squilibrio prospettico in cui forme e colori vivono una loro vita sovratono.


La lobby del tempo

Poi lo guardiamo nell’ambizione di una vita, come si capisce da certe sue dichiarazioni: è meglio per un pittore il servire la nobiltà facoltosa, così da coronarla in una specie di monito alla stessa patria artistica, che pazienza e sottomissione all’aristocrazia sono virtù sovrane.

Si potrebbe pensare alle lobby dell’allora patriziato veneziano, diviso tra minoranze e maggioranze ricche e povere, in realtà è una classica idea di nobiltà che sopravvive, quella del privilegio del sangue. Cioè la condizione che piaceva tanto allo sguardo corto della politica veneziana, che di certo aveva scordato gli argomenti della tradizione sul ceto nobiliare capace di incidere con valore pubblico per giustificare la propria esistenza sociale.

Come se anche Tiepolo avesse vissuto negando l’evidenza del declino, come se i suoi pennelli fossero necessari alla propaganda: quante volte abbiamo guardato negli emblemi affrescati il servile omaggio al patriziato con la figura della Nobiltà accompagnata dal Merito. Quasi sempre ingannevole, e, perciò, verrebbe voglia di affidarci all’annuncio di un altro soggetto classico dei soffitti dipinti, che, oltre a essere molto attuale e sincero, almeno mette insieme il contrasto visivo tra un vecchio e il corpo seminudo di una femmina: Il Tempo scopre la Verità.

Perché, anche se non siamo più allenati su questi significati concettosi, capiamo istintivamente la bellezza in Tiepolo; ci attira perché è nuda, appunto, come la Verità.

Ormai per noi Giambattista Tiepolo, col suo virtuosismo evocativo, è un artista sorvolato dalla Gloria alata, quella che dà voce al piacere delle allegorie e dei trionfi – perché no, anche nella pittura sacra, toccante di una natura che dà speranza. Così gli studi ce lo raccomandano come pittore persino musicale; ha procedimenti tecnici che catturano la luce nel colore, quale reincarnazione di Paolo Veronese, anzi è come se egli stesso fosse Apollo, nuovo protagonista della decorazione d’interni settecentesca nella lirica declinazione del mito solare che illumina gli angoli della terra. Fantastico quanto straripante, dato che correndo prende per mano come un dono le ore del giorno, i mesi e le stagioni. Perciò è misura del mondo intero, nel frattempo divenuto più grande nella rappresentazione dei continenti, come significasse simbolicamente la geografia coloniale degli Stati moderni.

Ma non ci risparmia la sfida di un Ercole, figura di forza e astuzia.

Questo si voleva dall’artista che fa vivere il destino nelle case dell’aristocrazia, tra stucchi bianco e oro; sapeva illudere coi segni di un futuro promettente, ricco di abbondanza e valore nella vita.

Perfida l’esistenza però, tanto da riuscire insopportabile se andiamo a valutare la rispettabilità da morto di Giambattista Tiepolo.

Di lui si perdono le tracce a Madrid, dov’era arrivato nel 1762 per affrescare palazzo Reale e dove morì improvvisamente otto anni dopo.

A Venezia nemmeno un funerale di Stato, il che ci fa riflettere su come anche oggi la sua terra non gli abbia dedicato un ricordo a due secoli e mezzo dalla morte. Persino i familiari fecero di tutto per dimenticarlo in fretta quando ci fu da spartire il cospicuo patrimonio, case in città, ville e poderi in campagna, affitti e altro.

reputazione a picco

La sua reputazione comincia a scendere, si perde nel labirinto della moda classica di fine Settecento, anche se uno dei suoi migliori interpreti, Antonio Canova, coltiva da buon veneto i meriti del maestro raccogliendone i disegni.

Però abbiamo la sorpresa di leggere la stroncatura di Winkelmann, l’apostolo dei precetti dell’Antico e della memoria: “II Tiepolo fa più in un giorno che Mengs in una settimana, ma quegli appena veduto è dimenticato, mentre questi rimane immortale”.

Almeno Anton Maria Zanetti, l’erudito e storiografo che ebbe la licenza di stampa del libro Della pittura veneziana (1771) circa due settimane dopo la morte di Giambattista Tiepolo, ci racconta che “introdusse un sole che non ha forse esempio”. Come se la sua pittura ci stordisse, cioè esprimesse qualcosa che ci lascia scossi, momentaneamente meno coscienti, immobili e muti per la meraviglia.

Realmente arde e realmente brucia il fuoco di Giambattista Tiepolo, per esatta “intelligenza di chiaroscuro, e lucidissima vaghezza” – così allora si diceva pensando a una bellezza che attira – come negli affreschi nel palazzo dei Labia a Venezia, sul 1746.

Tra i più ricchi e i più felici vedranno Antonio e Cleopatra verso una spiaggia dove il vento del sud schiuma il mare. Tra uomini con barbe da patriarca e penetranti occhi neri, che indossano caffettani di seta e turbanti, i due rappresentano l’unione della forza e dell’attrazione. Il regno d’Egitto ci porta alla meraviglia di una favola, al tempo di un irripetibile splendore, quasi che la molla per i palmeti e le scimitarre che scattò ai primi del Settecento con la traduzione delle Mille e una notte, si posasse anche nello spirito delle arti occidentali. Lei, regina inimitabile, proterva in una scena di bellezza pittorica ai vertici del secolo, sorprende, come la prontezza, la finezza e la nobiltà della stessa pittura.

È veramente la misura del piacere settecentesco. —

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