Cima Grappa, guidati dalla passione e con passo lento
 

Tre itinerari dedicati a chi ama lasciarsi sorprendere dai tanti volti di un massiccio così bello, così vicino

CIMA GRAPPA (Treviso). Il problema sta nel nome, Massiccio del Grappa, che porta l’attenzione lassù, ai 1775 metri della cima. Infatti chi percorre strade e sentieri del Grappa, presto o tardi deve levare lo sguardo, a cercare la mole bianca del Sacrario, quasi una bussola che ti orienta, se non si nasconde tra le nuvole. 
 
All’inizio è giusto puntare alla cima, ma un po’ alla volta è bello imparare a conoscere l’infinita e variegata bellezza del Massiccio. E sentirsi increduli nello scoprire quanti volti ha il Grappa. Pascoli ameni, strapiombi verticali, boschi impervi, formazioni rocciose fantastiche, una flora incredibilmente ampia. Il tutto a pochi minuti di auto dalla vasta pianura, abbracciata, laggiù, dalla Piave e dalla Brenta. 
 
C’è troppo da dire sul Massiccio, e il bello è lasciarsi guidare dalle proprie passioni, per vedere che itinerari la montagna sceglierà per noi: storia, natura, trekking, arrampicata, ciclismo, volo libero, presidi slow food. Qui mi limiterò ad alcune proposte di passeggiata, che consentono di conoscere senza particolari difficoltà i “diversi volti” del Massiccio, alla cui bellezza sono particolarmente legato. 
 
 
Il volto selvaggio
 
Per chi è in cerca di panorami solitari e meno turistici, il Grappa da conoscere è quello sul versante a nord, affacciato alla conca feltrina e alla valle di Schievenin. Più ricco di boschi di faggi e conifere, questo versante culmina sulle cime prative del Tomatico e del Fontanasecca, due monti meno celebri di Cima Grappa, ma che furono gli ultimi protagonisti della Grande Guerra sul Massiccio: qui si esaurì la resistenza austriaca nel novembre del ’18, e furono queste le ultime cime conquistate dagli italiani. L’itinerario proposto parte da Schievenin e sale il sentiero Cai 845, fino a innestarsi all’altavia degli Eroi.
 
Da lì si procede lungo la bella Val Dumela, al bivio con il sentiero Cai 843, dove si può incontrare uno degli ultimi casoni a fojaroi del Massiccio, le antiche strutture nelle quali vivevano i malgari, così dette per la copertura a frasche di faggio, rinnovate di anno in anno fino a formare una copertura compatta, impermeabile e termoisolante. Da Stalla Dumela si prende l’843 a destra, camminando in quota fino a intercettare il bivio con il sentiero 839, che in una lunga discesa nel bosco ci riporterà a Schievenin. Facile, lungo il percorso, l’incontro con camosci e rapaci. 
 
 
In montagna per vedere il mare
 
Una delle camminate più spettacolari dell’intero Massiccio. Per goderla al meglio serve un mattino sereno, con l’orizzonte nitido. Per chi sale in auto il parcheggio è al Pian de la Bala, per chi sale a piedi si segue il bel sentiero Cai 152 da San Liberale (comune di Pieve del Grappa). In entrambi i casi l’obiettivo è il sentiero 152 delle Meatte, ardita opera di ingegneria militare, scavata sul fianco roccioso, a strapiombo sulla pianura. Il sentiero è sicuro, nei tratti esposti sono presenti ringhiere.
 
È un itinerario unico, per gli spazi che si attraversano e per il panorama di cui si gode. Siamo esposti a sud, in estate il sole batte, ma dalla pianura le correnti termiche portano umidità, e quindi capita che un attimo prima ammiri i camosci pascolare sui pendii, e un attimo dopo sei immerso in una nebbia silenziosa, in un’atmosfera da brughiera. Questo mix di altitudine, umidità e insolazione rende questa parte del Grappa una delle più straordinarie a livello botanico. Troverete orchidee, nigritelle, gigli, e se avete fortuna il raro raponzolo di roccia.
 
E poi, il panorama: la pianura veneta si lascia dominare, si seguono senza problemi i fiumi, la Brenta che sfugge verso Padova, o la Piave, bianca e larga nel letto sassoso. Ma se sarete mattinieri, e leverete lo sguardo a est, ecco la magia, l’arco d’argento della laguna veneta, l’Adriatico, e lì, ben riconoscibili con un binocolo, Venezia e il campanile di San Marco. Lì, sull’orlo estremo della montagna, si ha chiara percezione di come il fronte, dopo Caporetto, si fosse attestato sull’ultima difesa possibile: perso il Grappa, persa la guerra. 
 
Camminare sulla Storia
 
Il Grappa ha legato nome e fama alla Grande Guerra. È impossibile vagare per il Massiccio senza incontrare trincee, gallerie, cippi che rievocano quella tragedia. Ma esistono itinerari che si sviluppano proprio lungo le linee del fronte, e seguirli può costituire un’esperienza profonda di ricordo e di rispetto. I “cammini di trincea” che amo di più sono tre, suggerisco di affrontarli arrivando alla Cima.
 
 
Così, dopo aver percorso i luoghi in cui morirono tanti uomini, si potrà andare a rendere loro omaggio nei cimiteri italiano e austro-ungarico del Sacrario. Il percorso forse più celebre è il tratto di Altavia degli Eroi (n. 8) che dal Valderoa arriva a Cima Grappa (Cai 156). Si parcheggia al Pian de la Bala, si percorre la Val delle Mure fino a Malga Valderoa, e lì si sale in cresta per ritornare lungo l’Altavia. Per i più sportivi, un itinerario impegnativo (ma con trincee e gallerie in ottime condizioni) parte da Malga Doc, vicino al Monte Tomba, e lungo il sentiero 212 (152 dopo Cima della Mandria) porta al Sacrario.
 
L’itinerario che però amo di più, tra pascoli e cielo, è quello che da Finestron, sullo sprofondo della Valsugana, sale il Col della Berretta e il Monte Asolone, cime insanguinate da scontri tremendi, fino a Cima Grappa (Cai 29 e 20). Consiglio di camminare su questi sentieri tenendo nello zaino un libro adatto: “Un anno sull’Altipiano” di Lussu, “Storia di Tönle” di Rigoni Stern, ma anche Remarque, Weber, Gadda. Lassù le loro parole risuonano con altra voce. 
 
 
Quella Cima che era “La Grappa”  ora è “Monte Sacro alla Patria”
 
Doveva essere proprio bella, la Grappa, quand’era solo una montagna. Poche le foto: una gobba erbosa, un cippo in pietra a segnare la cima. I cambiamenti iniziarono nel 1897, quando venne inaugurato dal Club Alpino Bassanese il primo rifugio. Il 4 agosto 1901 fu la volta della Madonnina, benedetta dal Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, che esattamente due anni dopo, il 4 agosto 1903, diventerà Pio X.
 
Arrivò la Guera Granda, ma fino al 1917, con Caporetto, la Grappa fu lasciata nel complesso tranquilla: tra la fine del ’16 e il 7 ottobre ’17 venne realizzata la Strada Cadorna, che da Romano portava fin quasi alla Cima: un’intuizione che si rivelerà fondamentale per la difesa del Massiccio dopo “la rotta”.
 
Cima Grappa tra il novembre del ’17 e il novembre del ’18 divenne il perno della linea italiana sul Massiccio, grazie a un’altra “grande opera”, la galleria Vittorio Emanuele, realizzata mentre sul Grappa già si combatteva. Se le strade e le teleferiche garantivano agli italiani un rifornimento di uomini e mezzi molto più agevole che per il fronte austriaco, la Vittorio Emanuele garantì una struttura militare praticamente inespugnabile: 5 km di caverna, una capienza, a regime, di 15.000 uomini, con cappella, cisterne, posti letto, punti di medicazione. E soprattutto 72 pezzi di artiglieria e 70 mitragliatrici che, sui due fianchi, battevano senza problemi le cime circostanti. 
 
 
Nel ’18 arrivò la pace, ma non per la montagna, che nel frattempo aveva cambiato genere, “il Grappa”, non più “la Grappa”. Martoriata da trincee e gallerie, nel 1927 venne ultimato un primo sacrario, in caverna, a pianta centrale, ancora oggi in parte visitabile dalla galleria Vittorio Emanuele. Nel 1932 iniziò la costruzione dell’attuale sacrario a gradoni di pietra bianca, ultimato nel ’35. Ufficialmente la ragione per cui il sacrario in caverna non andò più bene fu l’umidità, che rovinava i loculi e le ossa. Ma pare che una “spintarella” venne data dal regime fascista, in cerca di simboli forti e visibili della vittoria. Un ossario in caverna serve a poco. Un sacrario che, nei giorni sereni, si vede da mezzo Veneto, giova di più alla retorica che si stava costruendo in quegli anni.
 
Il Grappa è uno spazio straordinario perché ci permette non solo di leggere i segni profondi che la Storia ha lì tracciato, ma ci aiuta anche a riflettere su un’importante verità: i segni della memoria (monumenti, sacrari, lapidi) non sono così per caso, o perché “dovevano” essere così. Sono frutto di scelte fatte da uomini. Quel sacrario è un monumento pensato così dal fascismo. Capirlo ci aiuta a comprendere come la generazione dei “figli della Grande Guerra” precipitò in un nuovo conflitto mondiale. Scrostare la retorica fascista dalla doverosa memoria per i tanti morti che lì riposano non è facile, ma ci aiuta, forse, a ricordarli con più serenità e, credo, più rispetto. 
 
 
IL TRAGICO SETTEMBRE '44
 
Nel settembre ’44 i nazifascisti operarono il rastrellamento del Grappa ai danni delle Brigate partigiane e dei civili. Il culmine di quei giorni fu l’impiccagione di 31 partigiani a Bassano, il 26 settembre. Ai piedi del Sacrario il Monumento al Partigiano rievoca la tragedia: 400 deportati, circa 300 morti, di cui 187 impiccati o fucilati. Un’altra pagina della nostra Storia da non dimenticare.
 
IL NOME
 
La Grappa, femminile, appare in un documento del 1622. Dall’800 inizia a comparire anche “il” Grappa, che con la Grande Guerra prenderà il sopravvento: anche la Grappa ha subito la stessa sorte della Brenta e della Piave. Non vi sono certezze sul nome Grappa: la presenza del toponimo Grapete per indicare un crinale pietroso vicino alla cima, fa pensare a un termine (forse di base celtica, comunque prelatino) indicante roccia, o cresta. Altra affinità si può ipotizzare con il termine lombardo crapa per testa, sommità del capo. Di certo, la grappa alcolica non c’entra.
 
I SAPORI
 
Bastardo e Morlacco: eccellenze casearie delle malghe del Grappa. Il Bastardo deve il nome forse all’antica pratica di mescolare latte vaccino e di capra, o perché si ottiene unendo latte scremato della munta serale e intero della munta mattutina. Il Morlacco, presidio Slow Food, prenderebbe il nome dai pastori della Morlacchia, sulle Alpi Dinariche. Si ricavava dal latte di vacca burlina, sola specie autoctona del Veneto, quasi estinta e oggi tutelata da progetti di reintroduzione. A pasta molle, da latte sgrassato, era considerato formaggio dei poveri.
 
 
 

Vellutata di asparagi al latte di cocco

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