Beppe Ciardi, nel Catalogo la pienezza della sua opera

NICO STRINGA

È uscite il Catalogo generale delle opere di Beppe Ciardi, pittore veneziano molto noto ma poco conosciuto e poco studiato; il volume è il risultato di decenni di attenzione da parte di Antonio Parronchi e di Stefano Zampieri che fanno, con questo lavoro encomiabile, un grande “regalo” agli studiosi, ai collezionisti, agli appassionati di pittura italiana tra ’800 e ’900; una ripartenza clamorosa, questa di Beppe Ciardi, se si pensa che per rintracciare una monografia su di lui occorre risalire al volume di Nicodemi che porta la data del 1942.


Il confronto

Finalmente possiamo conoscere nel dettaglio il percorso artistico di un artista che, figlio d’arte (il padre è Guglielmo, la madre Linda Locatello è figlia a sua volta di un pittore) assieme alla sorella Emma ha potuto trovare agevole ospitalità nelle grandi mostre italiane e anche nel palcoscenico europeo. Il volume è pubblicato da Allemandi, fortemente impegnato nelle grandi imprese editoriali e molto attento alla scena veneziana, avendo già fornito opere simili per artisti come Tancredi e Santomaso.

Nel caso di Beppe Ciardi veniamo a sapere che i dipinti che il pittore ha portato a termine durante una vita non lunga (nato nel 1875 è scomparso nel 1932 a 57 anni) e che sono stati rintracciati finora sono 1290; grosso modo il doppio di quelli portati a termine dal padre Guglielmo. Se nel caso di Emma Ciardi il confronto con la pittura del padre non è vincolante, diventa invece inevitabile nel caso di Beppe dal momento che le tematiche da lui affrontate sono le stesse di quelle paterne, ma fin da subito con un’idea di pittura che si distanzia da quella matrice per svilupparsi con accenti personali, spesso in sintonia con il simbolismo di area tedesca.

Le tematiche

Non stupisce, dato l’ambiente in cui vive, che poco più che quindicenne, ci si presenti già come pittore fatto; le prime opere sono già personali. Beppe parte da dove suo padre era arrivato in quel periodo e quindi può procedere, diciamo così, ad oltranza, puntando a una materia pittorica vistosa, a un senso della composizione privo di incertezze, a un colorismo vivace e anche ardito.

Le tematiche si diceva sono analoghe a quelle paterne: Venezia, Chioggia, Laguna, Sile, Altopiano di Asiago. Ma Beppe si distingue ben presto per l’importanza che affida alle figure umane e agli animali, facendone i protagonisti di un numero elevatissimo di opere; nonché per il taglio ardito (sulla scia di Ettore Tito) che impone alle sue immagini, una impostazione che lo vede misurarsi con spazi aperti e a volte desolati da cui emana una atmosfera irreale, colma di attese. Dipinti come “L’anima della notte” e altri come “Lungo il Sile” la dicono lunga sul percorso “nordico” di Beppe che guarda anche a Boecklin e riesce a tradurre in “veneziano” le inquietudini di una fine secolo che per Venezia coincide con l’avvio della Biennale (1895), l’Esposizione che lo vedrà spesso presente sia come artista che come collaboratore.

Cifra inconfondibile

Basterebbero due opere come quelle citate a evidenziare il distacco che lo separa da altri artisti, come Leonardo Bazzaro ad esempio, che pure hanno giovato alla sua poetica. Insomma, fra i tre Ciardi, Beppe ha una sua “cifra”, un gusto inconfondibile per le figure isolate nello spazio oppure per gli affollamenti imprevisti, per le acque sempre agitate della laguna o per i tramonti affocati, rossi e materici come certi dipinti della Scuola di Barbizon. Ad un certo punto passa dall’uso del pennello alla stesura a spatola, affidando al colore fattosi materia un ruolo chiave nel tessuto dell’opera; come se la vitalità della luce di Venezia e della sua laguna non potesse non trovare una sorta di rimbalzo successivo nel sogno della Pittura, fattasi realtà. —



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