Dai tronchi sradicati dalla tempesta di ottobre un albero monito della fragilità del pianeta

All’Orto Botanico di Padova fino a gennaio l’installazione di De Lucchi “Radici al vento, testa nella terra”



Un albero morto per ricordare la sacralità della vita. Un albero morto - fatto della distruzione che la tempesta Vaia ha seminato sulle nostre montagne - immerso nel giardino per eccellenza, quell’Orto Botanico di Padova, culla della natura nelle sue molteplici forme. Un’installazione, quella realizzata dall’architetto Michele De Lucchi, che vuole essere memoria e monito, della fragilità del pianeta e dell’uomo che lo abita, di fronte ai cambiamenti climatici.


Accadde un giorno

Ormai è storia: poche ore, l’arco di un weekend infausto, iniziato il 27 ottobre, e il mondo finisce a testa in giù, letteralmente. La tempesta spazza le province di Belluno e Trento: intere porzioni di boschi e foreste volano radici all’aria, sradicate dalla furia del vento, le chiome a terra esanimi. Si stima che siano stati danneggiati 9 milioni di metri cubi di legname. E proprio su questa immagine germoglia l’idea di De Lucchi, professionista di fama internazionale, che rispondendo alla volontà dell’Orto Botanico di realizzare un’installazione artistica che ricordi quel momento, con la collaborazione di Arte Sella, crea “Radici al vento, testa nella terra”.

il seme di un’idea

Ed ecco quindi un albero costruito con il recupero di tronchi di essenze diverse - abete rosso e bianco, faggio, larice, frassino, betulla, tiglio e nocciolo - sospeso su uno specchio d’acqua che rimanda al mare maldestramente surriscaldato dagli effetti dell’inquinamento atmosferico. «Quando mi hanno chiesto di realizzare quest’opera mi sono tremate le ginocchia» conferma De Lucchi, che è cresciuto a Padova frequentando gli spazi dell’Antonianum a un passo da qui e che sugli alberi ha scritto il libro “Loro che sono l’oro” «non riuscivo a pensare a qualcosa che avesse i contenuti drammatici che potessero permettere di ricordare il primo ciclone della nostra era che ci ha colpiti con inaspettata violenza, sia fisica che metaforica. Poi ho pensato che solo un albero morto, nella sua nudità, potesse metterci sull’attenti di fronte a quello che sta succedendo. Dobbiamo cambiare, la natura ci ha dimostrato che siamo troppo vulnerabili». Un cambiamento epocale «per affrontare il quale dobbiamo stare uniti, come i pezzi che compongono questo albero: dobbiamo saperci organizzare, siamo troppi su questo pianeta, più di tutti quelli che sono vissuti in passato; la politica non basta, ne va della nostra sopravvivenza. E se le radici, che nella nostra mente sono l’elemento più solido, quello che ci dà equilibrio e stabilità, finiscono in aria, ecco che per noi viene il momento di mettere la testa “sulla terra”. Di riflettere». Perché, come sostiene il prorettore Tomaso Patarnello «l’effetto dei cambiamenti climatici non avverrà un giorno, chissà quando, ma sta succedendo ora. E noi come università abbiamo una responsabilità nel porre l’attenzione».

Un po’ chimera e un po’ totem - come evoca Raffaele Cavalli direttore del Dipartimento territorio e sistemi agriforestali - quest’albero, al pari di quelli vivi è «una mediazione tra il cielo e la terra» sostiene il direttore artistico di Arte Sella Emanuele Montibeller «e far emergere le radici equivale a far emergere le coscienze».

L’installazione, resterà visibile fino al 5 gennaio, mentre a partire dal 21 marzo, un biglietto speciale consentirà di donare risorse che andranno a sostegno di un progetto per valorizzare i territori colpiti. Un dono inaspettato, come la gemma che fiorisce grazie all’ultima goccia di linfa custodita in un albero con le radici al vento. —



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