Nei “Leoni andanti” delle Dolomiti il segno della potenza di Venezia

I leoni dolomitici. È il titolo del libro (Cierre Edizioni) con cui lo storico dell’arte veneziana Alberto Rizzi, conclude in un certo senso il suo “periplo” intorno all’emblema politico oltre che religioso di Venezia – nato nel XIII secolo e sopravvissuto alla caduta della Repubblica nel 1797 – catalogato e dunque “salvato” nelle sue espressioni artistiche e architettoniche da un monumentale lavoro di catalogazione, a cui l’ha sottoposto attraverso i suoi volumi negli ultimi vent’anni, girando per gli ex-domini della Serenissima alla ricerca dei simboli superstiti e delle tracce di quelli distrutti.

Rizzi – un passato da funzionario della Soprintendenza prezioso proprio per l’occhio infallibile nella catalogazione – è, come è noto, il massimo esperto vivente di Leoni Marciani, e ha già dato alle stampe un monumentale libro che raccoglie dati e notizie intorno ai cinquemila leoni veneziani sopravvissuti alla fine della Repubblica, oltre ad aver curato un fondamentale volume sulle sculture esterne a Venezia. Ora la nuova fatica riguarda i Leoni – ritratti in sculture, in basso e altorilievi, ma anche in bandiere e in stemmi – nelle “province” del Bellunese, del Feltrino e del Cadore, in un periodo compreso tra la metà del Cinquecento e l’inizio del Settecento. Quelli scampati alla “leontoclastìa” – termine coniato dallo stesso Rizzi – quando solo a Venezia i francesi distrussero qualcosa come mille leoni di pietra, scalpellandoli dai pozzi, dai ponti, dalle porte.


Con una scoperta interessante, che riguarda l’iconografia del Leone “andante”, quello che – a differenza del Leone “in moeca”, che sottolinea soprattutto il ruolo dominante della Repubblica sul mare – simboleggia la potenza della Serenissima sui suoi territori di terraferma.

Il dominio veneziano sulla terraferma, cioè sulla maggior parte dell’Italia nord-orientale, è sottolineato di norma da un’altura sormontata da un castello, talvolta una fortezza, su cui sventola il gonfalone di Venezia. Il castello era stato finora genericamente rappresentato come il simbolo dei forti della Dalmazia. Ma Rizzi – facendo propria la tesi di un altro studioso veneziano, Giorgio Zoccoletto – lo identifica con il castello di Conegliano, primo possedimento veneziano, due anni prima della stessa Treviso, nella terraferma.

Il libro cataloga in minuziose schede – come è nello stile di Rizzi – le sculture, i dipinti e le bandiere “leonine” dell’area dolomitica, arrivando fino alla rappresentazioni seguite alla caduta delle Serenissima, come il leone di epoca fascista nei pressi del Palazzo della Posta di Belluno– Poi dalla seconda metà del Novecento, l’effigie del Leone di san Marco diventerà “bancaria” e in qualche caso leghista. —

E.T.

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