Le rarità del Museo di Zoologia svelate ai lettori del Mattino

A spasso tra struzzi imbalsamati, elefanti e squali bianchi. Esemplari settecenteschi usati ancora oggi per confronti e studi sul Dna 

PADOVA. Al Museo di Zoologia dell’Università di Padova torni bimbo. Il richiamo della foresta si fa sentire e cori di “oh” escono spontanei.

Visita guidata al Museo di zoologia per i lettori del Mattino di Padova

Ad accogliere i visitatori che hanno partecipato all’evento organizzato dal nostro giornale, due struzzi imbalsamati che furono di Antonio Vallisneri padre perché il figlio, che donò la collezione al Bo nel 1733, si chiamava come lui e forse anche per ricordare che fu padre del primo nucleo del museo. Li allevò nel giardino di casa gli struzzi, per osservarne e descriverne il comportamento, come Konrad Lorentz con taccola Cioc e papera Martina.

Le tavole di Vallisneri, patrimonio dell’Università, sono studi su molti esemplari, come il riccio di mare a lungo ritenuto un minerale e di cui egli scoprì la natura animale. Il museo coinvolge e si coglie la cura con cui Paola Nicolosi, ex conservatrice, lo ha fatto rinascere.

Giovanna Palmieri, la giovane guida ne racconta con entusiasmo la storia. Il riccio di mare di Vallisneri, gli struzzi, i pesci luna, le verdesche, polpi, rane, serpenti, foche, insetti sono esposti nella prima sala che offre una rassegna storica di pezzi ancor oggi usati per ricerca e didattica. Un corno di rinoceronte e un dente di narvalo, delfino dei mari del nord, furono acquistati da Vallisneri per smontare la leggenda dell’unicorno.

Molti gli olotipi, i campioni su cui si basa la prima descrizione di una specie. Tra questi una gigantesca tartaruga liuto, vera rarità.

Trovata nel 1760 a Ostia, fu segnalata nel 1761 da Domenico Vandelli, allievo di Vallisneri, a Linneo che la inserì nel suo Systema Naturae, in cui lo studioso svedese diede la prima classificazione scientifica del mondo naturale. La sala esotica ospita animali da tutto il mondo. 

Pezzi forti sono lo scheletro di un elefante indiano del 1819 e un podilimbo, uccello del Guatemala estinto negli anni ’80, importante testimone della specie. Una sala sulla fauna nostrana allestita in collaborazione con l’ex Forestale ci fa tornare a casa mentre lo squalo bianco pescato in Adriatico nel 1823 e un capodoglio cacciato a Biograd nel 1767 confermano il valore del museo. 

"La sua bellezza» dice Palmieri «è che mantiene vive le ricerche iniziate dagli studiosi del passato. Ancor oggi gli esemplari storici vengono usati per confronti, studi sul Dna e sull’evoluzione di certe specie».

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