Orecchio: «Ecco la mia Rivoluzione russa un viaggio nel passato tra finzione e realtà»

l’intervistaSe a decidere chi vince il Campiello fossero gli aggettivi dei critici, Davide Orecchio avrebbe già vinto. Si può citare alla rinfusa: «affascinante controstoria della Rivoluzione russa»,...

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Se a decidere chi vince il Campiello fossero gli aggettivi dei critici, Davide Orecchio avrebbe già vinto. Si può citare alla rinfusa: «affascinante controstoria della Rivoluzione russa», «il tentativo più vertiginoso di saldare tra loro storia e letteratura», «straordinario racconto del mito politico più pervasivo della contemporaneità», «un libro strabiliante» e così via.

“Mio padre la rivoluzione” è il terzo libro di Davide Orecchio e come gli altri due (“Città distrutte. Sei biografie infedeli” e “Stati di grazia”) è un libro di storie, un po’ vere e un po’ no.

Cominciamo da qui. “Mio padre la rivoluzione” è un romanzo”?

«Non lo so, decidete voi come chiamarlo, capisco che non si possa sempre dire genericamente libro. È un ibrido, mischia i generi, non è un romanzo, ma non è neanche una tradizionale raccolta di racconti. Questa è la letteratura che oggi mi sento di scrivere».

Alcune parti del libro erano già apparse separatamente, eppure la sensazione è di una grande unitarietà del progetto. Come è nato?

«Non è un libro nato con le prime pagine e poi cresciuto ordinatamente: avevo già scritto una minoranza di storie indipendenti che avevo raccolto in una prima versione. Poi mi sono sembrate coerenti con un progetto più ampio che ho arricchito con altri racconti e biografie e che è diventato un libro sulla Rivoluzione bolscevica del 1917 ma che si spinge anche molto più avanti e arriva fino al 1990-91. La coerenza credo si costruisca sempre intorno alle inclinazioni di un autore, alla sua voglia di farsi sedurre da storie maggiori e minori. Poi c’era anche come stimolo il centenario della rivoluzione, ma soprattutto il mio interesse per un periodo che ho studiato a lungo».

Storia vera, ma anche fantastoria: nel suo libro Trockij è ancora vivo nel 1956.

«Questa è una delle possibilità che ha lo scrittore a differenza dello storico. Non dovendo scrivere una storia della rivoluzione, uno scrittore che pensi di avere qualcosa da dire, ha la possibilità di fare ricorso alla fantasia, ma sempre facendo in modo che tutti gli elementi di invenzione, di ricombinazione abbiano un legame con la realtà, come mongolfiere radicate al terreno dai sacchetti di sabbia. I miei sacchetti sono i documenti storici che fanno in modo che la fantasia non parta per gli intermundia».

Non c’è il rischio che il lettore si perda tra realtà e invenzione?

«Avevo immaginato questo libro come se fosse rivolto a una piccola comunità che conosceva e condivideva questa storia, ma comunque nelle note finali di ogni capitolo il gioco viene smascherato, le fonti esposte e anche le citazioni manipolate vengono chiarite. C’è poi un capitolo centrale, che è un po’ l’architrave del libro, che è una collezione di citazioni autentiche. Il lettore ha tutti gli strumenti per capire come è andata veramente».

Perché racconta il passato?

«Sono uno storico di formazione, anche se non faccio lo storico. Il romanzo è la possibilità di ragionare con la fantasia sulle ipotesi, sul non avverato. È la mia inclinazione, faccio questo genere di letteratura che è inconsueto, ma spero abbia almeno una sua originalità. In linea più generale la grande proliferazione della storia nei romanzi credo sia un sintomo della difficoltà a orientarsi nel presente. Se ti orienti male nel mondo in cui vivi diventa difficile raccontarlo. Forse ci si volge al passato per avere maggiore solidità».

È un libro molto marcato stilisticamente.

«Non avevo un progetto preciso, solo dopo mi sono accorto che volendo far sentire la voce del narratore, in mezzo al “pastiche” di voci altrui, ho alzato il tono, come si fa quando si parla in mezzo alla folla».

Essere finalista al Campiello è stata una sorpresa?

«Essendo consapevole di aver scritto un libro anomalo non immaginavo certo potesse aspirare a questo riconoscimento. È un’occasione importante, fornita da un premio importante, per raggiungere lettori che altrimenti un libro del genere non avrebbe mai raggiunto». —



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