L'insegnante di Treviso che fa amare la matematica ai bambini

Treviso.Ecco la storia del maestro Camillo, per 42 anni in cattedra in provincia di Treviso. «I miei 42 anni in cattedra con un esercito buono di strumenti didattici»

TREVISO. Il maestro trevigiano che fa amare la Matematica agli alunni delle scuole primarie di tutta Italia. Camillo Bortolato, pedagogista e insegnante di scuola elementare, dal 2015 in pensione, ha trascorso 42 anni in cattedra sperimentando un metodo didattico che cominciasse a insegnare ai bambini a cimentarsi con i numeri senza patemi d’animo. Oggi i suoi strumenti didattici - con oltre 40 libri pubblicati - fanno scuola a centinaia di migliaia di piccoli alunni in Italia. E tradotti anche in Cina, in Germania e in Russia. Eppure è bastato cominciare a mettersi nei panni dei bambini.

Mettere il bavaglio alle formule e ai teoremi che fanno loro soggezione. E a dare corpo alle regole matematiche. Strizzando finalmente l’occhio ai numeri attraverso strumenti didattici di legno o di altri materiali realizzati sotto forma di gioco. Per i primi 15 anni di lavoro in classe alle scuole elementari di Zero Branco e poi fino alla pensione a Quinto alla primaria Marconi, il maestro ha cominciato proprio per la scuola trevigiana a costruire quegli strumenti a misura di bambino. Da far toccare loro con mano. E capaci di cambiare le regole del gioco per l’apprendimento della matematica. Dalle linee numeriche che ricordano i vecchi pallottolieri all’amico “Disfaproblemi”, il congegno didattico che aiuta a risolverli, non a suon di cifre ma attraverso l’uso di immagini. Nel suo nuovo libro edito da Mondadori-Erickson: “Lettera a un bambino che ha paura della matematica” il maestro trevigiano spiega per la prima volta come ci si può innamorare fin da bambini della disciplina delle cifre.

Maestro, da dove comincia la sua rivoluzione nella pedagogia dei numeri?

«Ho costruito un altro modo di imparare la Matematica. Quella che si insegna a scuola per i bambini non è insegnamento ma una congiura concettuale. È disorientamento ideologico che li fa sentire perennemente in difficoltà. Addestrandoli alle idee astratte, ai soli concetti. Nel libro spiego le ragioni del perché la scuola è diventata una congiura contro i bambini».



Per aiutare gli alunni a non fare più la guerra ai numeri ha messo in campo un esercito buono di strumenti didattici.

«Ci sono sistemi diversi per imparare la logica e le formule che stanno dietro ai numeri. Strumenti di legno o di altri materiali. Come le linee decimali dal 10 fino al 100 e oltre che ricordano un po’ il vecchio pallottoliere. Per i bambini funzionano come le mani. Ho iniziato a sperimentarli 40 anni fa. Prima nella solitudine. Ora nel pieno riconoscimento del mondo della scuola. Questo metodo è detto “analogico” perché non fa uso delle parole ma fa leva sulle immagini, sull’intuizione e sulla via affettiva del cuore. E soprattutto non ha dimenticato cosa significa essere bambini».

Nel suo nuovo libro lei si rivolge sotto forma di diario epistolare a bambini piccolissimi, da uno a 10 anni. Non è mai troppo presto per imparare la matematica?

«L’intelligenza matematica ce l’abbiamo fin dalla nascita. È innata. Possiamo dire che i bambini hanno già la matematica dentro al biberon. Sono bravissimi. Il dono del calcolo delle probabilità inizia appena aprono gli occhi. È intuitivo. Come intuitivo è il calcolo mentale. Eppure il metodo che si insegna a scuola fa leva unicamente sull’astratto. Sui concetti. Bisogna tornare alle immagini. Al loro valore. Come ben ci insegna il linguaggio visivo dei programmi dei computer come Windows. Dove tutto è riconoscibile. Lo stile del linguaggio dei pc fatto di immagini è la smentita dello stile accademico fatto solo di discorsi astratti. Un bambino è un genio dell’immagine. E a scuola impara a usare velocemente gli strumenti matematici proposti. Ma è necessario rendere la matematica visibile. Questo capovolge anche i sentimenti: si comincia ad amarla non a odiarla».



In più di 40 anni di scuola come ha visto cambiare l’insegnamento e la didattica?

«Gli insegnanti continuano a reggere tutto sulle loro spalle. Ma la scuola oggi sembra essersi smarrita. Serve mettere da parte la burocrazia e le carte e tornare al linguaggio antico delle emozioni dei sentimenti per ritrovare il valore più autentico dell’insegnamento».

Vale a dire insegnare la matematica per gioco sì, ma sul serio?

«Il mio metodo in sé non ha nulla di nuovo se non il voler restituire umanità a questa materia spesso difficile da digerire. Per comprendere la matematica prima bisogna rendere il suo pensiero in immagini. Bisogna tornare infantili nella pienezza dello sguardo d’insieme. È solo lo sguardo di insieme quello che ci permette di capire. Bisogna tornare a essere semplici. Bisogna tornare a pensare come i bambini».


 

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