“Venire alla luce”, la scienza e la vita

Al Musme di Padova antichi disegni e modelli di cera per un viaggio dal concepimento alla nascita

L’atto più naturale. «Ineluttabile» dice il professore, sotto i cui occhi e tra le cui mani quell’atto si è ripetuto duemila e cinquecento volte, suscitando - ogni volta - emozione.

Venire alla luce è lasciare il guscio sicuro del grembo materno, attraversare il buio, ruotare per istinto genetico la testa in modo da portare avanti una spalla, poi l’altra, poi scivolare con l’aiuto di questa cosa nuova - una mano - che ti porta. È riempire i polmoni di quest’altra cosa mai sentita, l’aria, e quel che dicono sia il primo pianto è l’esercizio istintivo del respirare, che nessuno ti hai insegnato e che ti accompagnerà fino alla fine.

Scienza, miracolo, meraviglia. Tecnica, anche: “Venire alla luce. Dal concepimento alla nascita” è la mostra che da oggi al 10 giugno del prossimo anno si visita al Musme Museo di storia della Medicina a Padova, un racconto che si sviluppa tra disegni e antiche tavole di studio, modelli in cera, cristallo e creta di sorprendente precisione esposti qui e ora per la prima volta, strumenti che oggi mettono una certa paura e che secoli fa erano necessari per salvare le vite. Fino ad arrivare ai giorni nostri, al filmato che illustra il concepimento, alle immagini in 3D e a modelli che sembrano sculture di corallo e sono invece sistemi arteriosi reali, cristallizzati dalla resina, la perfezione dei canali che portano la vita dalla madre al feto.

Secoli di evoluzione della scienza per un atto che si ripete dalle origini dell’umanità. Attraversando epoche storiche non così remote, fino all’inizio del Novecento, in cui la mortalità per parto poteva raggiungere il 50 per cento, in cui la sopravvivenza del bimbo non era scontata e quella della madre meno ancora. In esposizione, i “bacini malformati” dimostrano bene che in assenza di esami radiologici di qualsiasi tipo, anche una malformazione ossea insospettata poteva compromettere l’esito di un parto. Il taglio cesareo non era un aiuto alla madre, semmai un estremo tentativo di salvare il bambino; se veniva tentato su una donna ancora viva, veniva fatto con anestesie a base di stordimento da alcol, prima dell’avvento del cloroformio; se sopravviveva al taglio, difficilmente la donna superava le successive infezioni.

La nascita “ineluttabile” ha spinto la scienza a perfezionarsi sempre di più, i medici a studiare in modo sempre più dettagliato. Proprio nella seconda metà del Settecento, il periodo più ampiamente preso in esame dalla mostra, l’ostetricia passa da sistema manuale a scienza, Ecco allora, dalla collezione settecentesca dell’Università di Padova, i piccoli modelli in cera che seguivano l’evoluzione del feto, la sua formazione. Sono tra i primi, in tutto il mondo, usati in questo contesto. Tavole e disegni di grande bellezza e rifiniti dettagli: ma in ostetricia, il medico da secoli ha sentito il bisogno del 3D, e dunque anche i libri e molte tavole - bellissime quelle che escono dalla collezione dello storico padovano della Medicina Maurizio Rippa Bonati - sono pop-up.

«Una mostra che parla della nascita, ci parla dell’accoglienza e della tolleranza » dice il curatore Giovanni Battista Nardelli, direttore del Dipartimento di Salute della Donna a Padova. «Venire alla luce è qualcosa di universale e trasversale che supera i confini e le barriere tra i luoghi». Qualcosa di unico, che però riguarda tutti.

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