La Biennale torna alle origini

Manualità quasi artigianale come filo conduttore e l’uso di materie semplici

di Enrico Tantucci

Una Biennale da manuale. Se Christine Macel ha voluto dedicare agli artisti “Viva Arte Viva” - questo il titolo dell’edizione numero 57 della Mostra Internazionale d’Arte che la critica francese ha curato e che ha vissuto ieri il primo giorno di vernice - lo ha fatto pensando in particolare alla capacità di molti di loro di lavorare in modo diretto, con una sapienza quasi artigianale, la materia delle loro opere: dal tessuto alla carta, dalla pittura alla scultura.

È questa, la prima netta impressione che si coglie visitando questa mostra che presenta ben 103 “esordienti” su 120 artisti selezionati e che si stende articolata tra i Giardini e l’Arsenale, attraverso i nove Transpadiglioni tematici in cui essi sono stati distribuiti. Perché se il Padiglione centrale si apre con l’“otium” produttivo (rivendicato da Macel per l’artista) di figure scomparse come quelle di Mladen Stilinovic e Franz West, che si fanno raffigurare distesi su letti o sofà, il primo forte impatto è quello del progetto “Green Light” coordinato dall’artista danese Olafur Eliasson, in collaborazione con la fondazione Thyssen Bornemisza per l’Arte Contemporanea, che sta recuperando a Venezia come spazio espositivo anche l’ex chiesa di San Lorenzo. Una quarantina di rifugiati e migranti di varia nazionalità, africani e arabi, ospitati a Venezia e in Veneto, lavorano sotto i nostri occhi seduti in lunghi tavoli alla fabbricazione di verdi lampade esposte anche nella sala che poi vengono offerte in donazione (a 250 euro l’una) ai visitatori che vogliano collaborare ai progetti delle fondazioni che li sostengono. Sullo sfondo della sala si staglia un magnifico murales opera di Edi Rama, primo ministro albanese che era appunto un artista a tempo pieno e che ora è ancora tale negli interstizi del suo impegno politico. Siamo nel Transpadiglione del Libro e degli Artisti - Macel ha invitato anche quelli selezionati a inviare alla Biennale a uso dei visitatori i loro testi preferiti - ed ecco allora artisti cinesi come Geng Jiany o Liu Ye che ce li presentano coloratissimi o sotto forma di miniature. Straordinari - una delle sorprese di questa Biennale - sono anche i dipinti astratti di ascendenza minimalista dell’artista africano McArthur Binion, fitti reticoli sulla tela sotto i quali coniuga una sorta di personalissimo alfabeto. Ma c’è chi ricorda Pier Paolo Pasolini e la sua tragica morte a Ostia trasformando una frase tratta dal “suo” Edipo Re in fuochi d’artificio che bruciano di fronte al mare. Mentre il rumeno Ciprian Muresan parcellizza nella sua grafica frammenti di capolavori pittorici rinascimentali sino a renderli irriconoscibili e una veterana come l’americana Kiki Smith realizza su carta nepalese grandi disegni a china sul rapporto uomo-donna. Ma il trionfo della manualità e in particolare dell’arte tessile è all’Arsenale, lungo le Corderie, dove si intersecano gli altri Transpadiglioni, da quello dello Spazio Comune a quello della Terra, da quello delle Tradizioni a quello degli Sciamani. E spiccano subito i lavori di un’altra grande riscoperta di questa mostra e della sua curatrice: quella dell’artista sarda Maria Lai, con le sue raffinatisime texture, con libri fatti di stoffa e fili, ma anche composizioni che sottolineano sempre il valore di relazione della materia da lei lavorati, presentando anche nell’occasione documentazione della sua famosa installazione “Legarsi alla montagna”.Il taiwanese Lee Mingwei in un’installazione-laboratorio, ripara i vestiti sgualciti che i visitatori gli offrono (li riconsegnerà a fine Biennale). Sono coloratissimi pannelli-architetture di stoffa anche quelli del tedesco Franz Erhard Walther, in uno degli spazi più suggestivi dell’Arsenale. Lo svizzero Julian Charriere “veste” le Corderie di un personale colonnato salino. È un artista sardo e tessile come Maria Lai anche Michele Ciacciofera, con grandi griglie in fili di lana che assomigliano a una partiture musicale, mentre torna alla Biennale dopo quarant’anni Giorgio Griffa con i suoi acrilici su tela dai toni pastello che si rifanno al Canone aureo.

C’è spazio in questa Biennale anche per i dipinti delicati ed evanescenti dell’ottantatreenne fiorentino Riccardo Guarneri, un altro esordiente. Impossibile naturalmente citare tutte le presenze di questa mostra, che nel “ramo” tessile annovera tra l’altro le installazioni di Sheila Hicks, che chiude le Corderie, e Ernesto Neto. Ma non si può non citare una delle presenze più poetiche: quella della belga Edith Dekyndt - nel Padiglione del Tempo e dell’Infinito - con un performer che spazza all’infinito la polvere dalla luce di un rettangolo inscritto sul pavimento.

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