Venticinque anni senza Folena Maestro europeo

Filologo, studioso di lingua e letteratura italiana fu insegnante innovativo e intellettuale generoso

di MICHELE A. CORTELAZZO

«Filologo insigne, storico della lingua e della letteratura italiana»: così Comune e Università di Padova hanno definito Gianfranco Folena nella lapide che lo commemora nella piazzetta davanti a Palazzo Maldura a lui intitolata. Ma caratterizza ancora di più la sua figura un’altra parte della lapide, quella che ricorda che «in questa sede dell’Università di Padova svolse per anni il suo magistero». Sì, perché la prima cosa che si può, e si deve, dire di Gianfranco Folena, scomparso 25 anni fa, è che è stato un Maestro.

Gianfranco Folena è stato davvero un grande insegnante, capace di trasmettere non solo la sua incomparabile esperienza di studioso, ma anche, e soprattutto, l’entusiasmo per la ricerca sulla lingua e sui testi. Riusciva a far venire alla luce le potenzialità nascoste di chi lo sceglieva come relatore di tesi. Era fondamentale l’innovativa, per il tempo, organizzazione delle lezioni, che comprendevano i seminari, cioè uno spazio nel quale gli studenti studiavano piccoli problemi di storia della lingua e di filologia e ne presentavano i risultati in relazioni tenute davanti al professore e ai colleghi. Era una modalità ampiamente diffusa nelle università europee, ma non in quelle italiane. Questo modo di formare gli studenti universitari oggi può apparire quasi ovvio (anche se l’organizzazione attuale della didattica ha ridotto di molto la possibilità di organizzare le lezioni in chiave seminariale); ma allora nessuno dei cattedratici si allontanava dalle tradizionali lezioni frontali, unidirezionali, nelle quali il ruolo degli studenti era solo quello, passivo, di ascoltatori e di compulsivi raccoglitori di appunti. Se la sua attività di studioso è documentata dagli studi pubblicati, l’effetto della forza didattica di Folena è impalpabile, ma non meno fondamentale: ancor oggi nelle università, nelle scuole e nelle imprese editoriali cercano di dare continuità al suo insegnamento almeno i più giovani tra le centinaia di scolari che, ammaliati dalla forza intellettuale, dalla generosità, dalla capacità di coinvolgimento del professore, avevano abbandonato le intenzioni con cui erano entrati a Lettere e hanno finito per laurearsi nelle sue materie, entrambe nuove rispetto a quelle seguite nei licei, Storia della lingua italiana e Filologia romanza.

Naturalmente, dietro il fascino delle lezioni stava un pieno dominio delle discipline professate, nelle quali Folena riusciva a inserire prospettive innovative, ben innervate negli sviluppi della cultura europea. Ho ancora un vivissimo ricordo del corso sulla teoria e la storia della traduzione, nel quale esponeva i contenuti del saggio basilare su “Volgarizzare e tradurre”, pubblicato inizialmente negli atti di un convegno, diventato poi un volumetto di Einaudi, oggi introvabile persino nel mercato dell’usato.

Folena è stato autore di saggi: era questa la sua misura. Il libro non faceva per lui. Se oggi nelle biblioteche si trovano numerosi suoi volumi, si tratta di raccolte di saggi, molte delle quali uscite dopo la morte: ricordo l’ultimo, “Lingua nostra”, curato nel 2015 da Ivano Paccagnella per Carocci. Anche quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro, “L’italiano in Europa. Esperienze linguistiche del Settecento”, premio Viareggio del 1983, è una raccolta di saggi, con un tratto in comune: quello della rivisitazione del rinnovamento linguistico del Settecento, nella quale Folena coniuga la prospettiva italiana con quella regionale, per esempio negli studi sul veneziano di Goldoni e con quella europea, che si vede nell’attenzione al francese di Goldoni, all’italiano degli stranieri (Mozart e Voltaire), alla circolazione internazionale dell’italiano, soprattutto in quanto lingua per la musica. Questa raccolta di saggi è fondamentale non solo come contributo allo studio delle lingue, ma anche come testimonianza del sentire di una generazione di intellettuali, fortemente impregnata di spirito europeo ed europeistico, ma già negli anni Ottanta disillusa davanti a un’Europa che avrebbero voluto «unita politicamente nella ragione e nella parità delle lingue e delle culture» e che invece appariva «da quando ha avuto le prime istituzioni, più lontana che mai».

Il vigore della capacità ideativa di Gianfranco Folena si misura anche nelle iniziative da lui avviate e continuate dopo la sua morte: prima di tutto, il Circolo filologico-linguistico padovano, che da 54 anni propone ogni settimana una conferenza di argomento filologico o linguistico (ormai ci stiamo avvicinando alle 2000 sedute) e i convegni di Bressanone sulla retorica che, grazie al sostegno dell’Università di Padova, giungono quest’anno alla quaranticinquesima edizione. Sono iniziative che hanno avuto un valore dirompente nel momento della loro fondazione (si pensi al recupero della retorica nei primi anni Settanta, dopo anni di demonizzazione) e vengono continuate con convinzione da allievi e allievi di allievi.

Sorte meno felice ha avuto l’Atlante Linguistico del Mediterraneo, avviato nella Fondazione Cini da Folena e dal romanista croato Mirko Deanovic, che ha raccolto la terminologia della navigazione e della pesca nell’intero bacino mediterraneo (altro esempio di visione internazionale degli studi linguistici, anche quelli empirici), ma non è giunto alla pubblicazione: proprio in questi mesi, però, la Fondazione Cini, con la collaborazione di un nutrito numero di ricercatori, ha ripreso in mano il progetto e ha posto le premesse perché possa giungere a conclusione con le risorse rese disponibili dalla rivoluzione digitale. Sorte peggiore ha avuto il “Premio Monselice per la traduzione”, gestito dal Comune di Monselice, che da qualche anno è semplicemente e vergognosamente finito nel silenzio: mi pare proprio un affronto alla memoria di Folena, le cui idee sulla traduzione sono ancora un punto di riferimento fondamentale per chi si occupa dell’argomento, come dimostra il moltiplicarsi, anche in questi anni, delle citazioni di “Volgarizzare e tradurre”.

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