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Si festeggia la libertà ma per i cittadini è ancora dramma

Cent’anni fa, Gorizia: città-simbolo della Grande Guerra nello scacchiere dell’Isonzo, fin dall’entrata nel conflitto dell’Italia e per oltre un anno teatro di durissimi scontri tra i due eserciti,...

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Cent’anni fa, Gorizia: città-simbolo della Grande Guerra nello scacchiere dell’Isonzo, fin dall’entrata nel conflitto dell’Italia e per oltre un anno teatro di durissimi scontri tra i due eserciti, strenuamente difesa da quello austro-ungarico grazie a una serie di postazioni realizzate sulle alture circostanti.

Nel 1914, quando Vienna dichiara guerra alla Serbia e le grandi potenze mobilitano i propri eserciti, Gorizia conta 31mila abitanti; è al centro di una zona caratterizzata da una fiorente economia agricola; ha anche una dimensione turistica legata alla borghesia mitteleuropea, al punto da venire chiamata “la Nizza austriaca”.

All’inizio del conflitto, molti dei suoi abitanti vengono richiamati alle armi dal comando asburgico, e spediti a combattere sul fronte balcanico. Tra chi rimane, la prima vittima è una donna: la contessa Lucy Christalnigg, uccisa nell’agosto 1914 da guardie armate, mentre è in missione per conto della Croce Rossa.

Le cose precipitano nel momento in cui l’Italia entra nel teatro di combattimenti. Già il giorno prima della dichiarazione di guerra, il 23 maggio, il consiglio comunale goriziano viene sciolto d’autorità da Vienna, estromettendo il sindaco Giorgio Bombig sostenuto da una maggioranza liberal-nazionale; alcuni rappresentanti del partito filo-italiano vengono internati “a scopo precauzionale”. All’inizio di giugno quasi metà degli abitanti ha lasciato la città; in luglio se ne va l’arcivescovo Francesco Borgia Sedej, fautore del dialogo interetnico. Il comando austriaco proclama lo stato d’assedio.

È festa grande il 9 agosto 1916, quando a seguito della sesta battaglia dell’Isonzo le truppe italiane entrano in città. Viene insediata un’autorità provvisoria, nella persona di Giovanni Sestilli,nominato commissario cittadino. Ma a quel punto Gorizia è stata ormai abbandonata dai nove decimi dei suoi abitanti: ne restano appena 3mila, in condizioni alimentari e sanitarie disperate. È una situazione destinata a durare per oltre un anno: il 28 ottobre 1917, quattro giorni dopo la rotta di Caporetto, tornano a farvi ingresso le truppe imperiali, per rimanervi fino all’inizio del novembre 1918. Per chi è rimasto, sarà comunque durissima; e peggio ancora per i profughi che riescono a tornare a casa, spesso senza neppure ritrovare le loro abitazioni, e costretti a vivere in baraccopoli. Lo fa ben capire uno di loro, il goriziano Riccardo Bisiach: “Ierimo a casa, ma ierimo sempre profughi, perché se viveva sempre nei cameroni, stanzoni, cinque, sei famiglie assieme, iera rancio militar che i ne portava, ierimo ancora calcoladi profughi”. (f.j.)

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