Shylock in scena al Due Palazzi per i detenuti

"Il mercante di Venezia” appena rappresentato nel Ghetto di Venezia mercoledì in carcere: attori da tutto il mondo e una regista speciale

PADOVA. Dopo aver messo in scena per cinque serate “Il mercante di Venezia” nel Ghetto di Venezia, dove Shakespeare l’aveva ambientato, la regista newyorkese Karin Coonrod ha voluto portare lo spettacolo in carcere, al Due Palazzi di Padova. «Perché il teatro deve andare, deve essere, dappertutto, nell’ovunque più lontano o difficile». E l’ha fatto, con 34 dei 40 componenti della compagna internazionale de’ Colombari di cui fan parte attori e musicisti dall’Europa, Stati Uniti, Israele, Australia.

Ed è riuscita a farlo grazie all’incontro con l’inarrestabile Nicola Boscoletto, patròn della cooperativa Giotto in carcere, che si è tuffato nel progetto e ha fatto rete, coinvolgendo il coinvolgibile. Per primo il direttore Ottavio Casarano («Vogliamo che il carcere sia una parte della società, in contatto con il mondo esterno e il teatro è un veicolo per creare varchi nelle emozioni blindate di chi vive qui») affiancato da Lorena Orazi responsabile delle attività educative. Senza dimenticare il Teatro Carcere di Cinzia Zanellato che li dentro lavora con una trentina di detenuti-attori.

E così in un magazzino nel settore della Giotto diventato sala teatrale, con scenografie, palco per i musicanti e il pubblico tutto intorno, l’altro ieri pomeriggio è andato in scena Il Mercante. Due ore strepitose, davanti a un centinaio di detenuti, 14 dei quali, indossata una sciarpa rossa, hanno partecipato a una scena, e con un tot di ospiti ufficiali dal questore Gianfranco Bernabei alla vice sindaco Marina Buffoni, dai rappresentanti dei carabinieri al Provveditore regionale Enrico Sbriglia. Recitazione quasi tutta in inglese, salvo alcune parti in veneziano: i presenti a compulsare il libretto con testo e traduzione a fronte, all’inizio ogni spettatore ritrovandosi a seguire lo spettacolo ciascuno da una pagine diversa. Cinque diversi Shylock hanno creato momenti di straniamento ma, dopo un po’ di pratica, il tutto è diventato agevole.

E le emozioni per lo spettacolo, e per quei temi, la giustizia, il diritto, la clemenza, sono esplose come accade quando il teatro irrompe dentro il carcere: tutto elevato alla potenza. Agli applausi finali, uno degli attori (tutti professionisti), si è sciolto in lacrime, non esibite e così vere. Riad è uno dei detenuti-spettatori che frequenta i laboratori di Teatro di Cinzia Zanellato; 34 anni, fine pena nel 2019: «Mai avrei pensato a fare teatro o seguirlo. Mi piace tanto. E’ una grande scoperta, un modo diverso anche di stare con gli altri».

 

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