Assange e il dovere di accettare il processo

Assange e il dovere di accettare il processo
(reuters)
Da una parte attivisti e difensori del diritto all’informazione, dall'altra giuristi internazionali
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Pur avendo violato la legge, Julian Assange “ha fatto la cosa giusta” rivelando, o meglio, favorendo la rivelazione, di abusi ed atrocità governative. Questo è, in sintesi, il motivo che sostiene la richiesta di liberazione formulata da attivisti e difensori (anche di maniera) del diritto all’informazione.

Per quanto emotivamente “forte”, tuttavia, un argomento del genere non è sostenibile perché è basato su una concezione “religiosa” che confonde il diritto con l’etica e che rifiuta il processo giudiziario come strumento per accertare la responsabilità.

Questa concezione implica che l’etica personale possa e debba prevalere su un sistema di regole imperfetto quanto vogliamo, ma pur sempre l’unico in grado di evitare che ciascuno si faccia giustizia da solo (o che il sovrano la faccia su tutti, secondo i propri capricci). Dunque, il motivo per il quale Assange dovrebbe essere processato - processato, non necessariamente condannato - è esattamente perché ha fatto (o ha ritenuto di fare) la cosa giusta.

Ha scelto, in nome di un principio etico, di violare una legge che riteneva sbagliata. Dunque dovrebbe sottoporsi alla giustizia degli uomini pur ritenendo di non avere colpe e, anzi, per far affermare - se così riterranno i giudici - l’inaccettabilità di una norma che “copre” non solo gli interessi dello Stato ma anche azioni ripugnanti e inconfessabili.

Se, tuttavia, “fare la cosa giusta” è la parola magica per sottrarsi alla legge, allora l’incantesimo dovrebbe valere anche per chi ha commesso gravi violazioni “in nome dell’interesse nazionale”, come nel caso di chi ha intrattenuto relazioni inconfessabili con estremisti e criminali o è stato coinvolto in attentati per arginare derive politiche ritenute pericolose dall’establishment.

In questo senso, la storia dei Pentagon Papers - la fuga di documenti riservati del governo americano sulle decisioni politiche relative alla guerra del Vietnam -  è estremamente indicativa. Le prove contro l’autore del leak, Daniel Eisberg, vennero raccolte in modo illegale, gli operatori del FBI responsabili dell’azione furono condannati, ma il presidente Reagan concesse loro il perdono perché riteneva che gli atti avessero dimostrato che they acted not with criminal intent, but in the belief that they had grants of authority reaching to the highest levels of government.

È chiaro che, in questo caso, applicare il criterio etico do the right thing contrasta con le convinzioni etiche di chi ritiene che i palazzi del potere debbano essere fatti di cristallo e che i diritti individuali non possano mai essere violati dallo Stato. Tuttavia, è perfettamente coerente con chi crede che l’interesse nazionale prevalga sui diritti della persona e che le regole formali non servono quando si opera in nome del greater good.

Come si esce dal vicolo cieco di questa contraddizione? Con l’unica via di fuga possibile: quella del processo. È scomoda, dissestata, piena di vicoli ciechi, ma è l’unica che c’è. Solo la verifica individuale eseguita da una corte può consentire di valutare se, in un caso specifico, le norme siano state effettivamente violate o se ci siano margini per applicare circostanze che escludono la pena anche se il fatto è stato commesso. È quello che accadde nel caso dei funzionari del FBI che raccolsero illegalmente prove contro Eisberg e in quelli più recenti e geograficamente vicini che hanno coinvolto rappresentati delle nostre istituzioni.

Certo, per tornare al punto, è diffusa la preoccupazione che il processo ad Assange non sarà giusto ma, ancora una volta, questo è irrilevante. Per capirlo basta leggere le parole che Leonardo Sciascia dedica, ne Il Contesto, all’irrilevanza della giustizia,  all’inesistenza dell’errore giudiziario e al ruolo della sentenza come atto conclusivo di un processo “burocratico”.

Come sa ogni avvocato penalista, il processo è il più imperfetto degli strumenti per decidere della libertà di una persona, ma è l’unico che abbiamo. E il fatto che funzioni male non giustifica rifiutare di utilizzarlo in nome di un senso di giustizia superiore che, tuttavia, somiglia molto a una rivendicazione di impunità.

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