Cosa dire ai nostri figli che seguono la guerra su TikTok

Cosa dire ai nostri figli che seguono la guerra su TikTok
(afp)
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Dicono che sia la prima guerra di TikTok come quella in Iraq nel 1991 fu la prima guerra della CNN, la tv americana che trasmise in diretta le fasi salienti del conflitto; e quella in Israele nel 2012 la prima “di Twitter”, e quella in Siria “di YouTube” e quella nel Kurdistan “di Facebook”. Chiamarla “la prima guerra di TikTok” è fuoriviante e rischia di  farci dimenticare che si tratta di bombe e di morte e non di post e di like.

Epperò le piattaforme influenzano gli eventi e l’idea che se ne fa l’opinione pubblica. In questo caso TikTok, rispetto a Twitter, dove stanno soprattutto politici e giornalisti, o agli altri social, e ancora di più rispetto ad una tv all news come CNN, ha una utenza giovanissima e questo qualcosa cambia. Sono i ragazzi, sono i nostri figli, che raramente leggono i giornali, ad informarsi tramite TikTok dove la guerra non è fatta di notizie ma di storie: video di storie di altri ragazzi che raccontano la vita sotto le bombe, la morte di amici e parenti, e come si cambia abitudini per sopravvivere.

E’ un racconto emotivo, coinvolgente, senza mediazioni: credo che se Anna Frank avesse avuto i social, durante la seconda guerra mondiale, probabilmente il suo diario lo avrebbe messo su TikTok. Tutto questo non avviene senza rischi e senza problemi. Che non sono soltanto le fake news, le notizie false messe in giro dalla propaganda. La guerra è una cosa enorme, difficile da comprendere, e quando la comprendi impossibile da accettare. E i nostri figli la vivono sul loro smartphone in ogni momento della giornata. Gli farà bene? Dipende. L’unico consiglio che mi sento di darvi è parlatene, parlatene tanto, ascoltateli, aiutateli ad orientarsi. Non lasciateli soli. E forse ne usciremo avendo capito il significato delle parole libertà, coraggio e resistenza.