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Il social italiano che paga chi lo usa si quota a Parigi e punta a 1,6 miliardi. Storia di Tatatu

Il social italiano che paga chi lo usa si quota a Parigi e punta a 1,6 miliardi. Storia di Tatatu
Vuole inserirsi in una "evoluzione naturale" dell'economia di Internet: pagare gli utenti per il loro uso. Una sfida difficile ai colossi tecnologici. Intervista al suo fondatore, Andrea Iervolino
3 minuti di lettura

“Il nostro modello è un’evoluzione naturale dei social network. Un’evoluzione che credo non si possa fermare”. Andrea Iervolino è amministratore delegato di Tatatu. È un social network che ha fondato nel 2018. Oggi ha 350 mila utenti, secondo i dati della società. Quadruplicati da inizio anno. Una crescita improvvisa, “fatta senza spendere in marketing”, spiega Iervolino, ma che ha convinto la società a tentate il grande passo: la quotazione all’Euronext Growth di Parigi, il listino più sensibile alle tech company europee.

Tatatu punterà a una capitalizzazione di 1,6 miliardi. Iervolino in questi giorni è nella capitale francese, dove mercoledì 19 ottobre suonerà la campanella che darà il via alle prime contrattazioni della sua società. “Speriamo di suonarla”, dice tradendo un attimo di scaramanzia.

 

Produttore cinematografico per mestiere, imprenditore digitale come sfida

Classe 1987, nato a Cassino, Iervolino è un produttore cinematografico. La sua società, la Iervolino & Lady Bacardi Entertainment, è già quotata a Milano. Ha prodotto finora 80 film. Alcuni di questi presentati a Venezia, come Waiting for the barbarians di Ciro Guerra: “Fare il produttore è il mestiere con cui sono nato. Facciamo film in inglese, ma con una forte matrice italiana”, spiega. Nel 2018 viene nominato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Cavaliere del Lavoro. Di lì a poco fonda Tatatu con il socio Eduardo Teodorani Fabbri e una convinzione: il modello delle piattaforme social è prossimo a un cambio epocale. “Oggi l’80% delle persone ha capito che i social non sono gratuiti. E il 100% sa che le proprie attività online sono sfruttate dai colossi tecnologici”. Tatatu è la sua soluzione.

Un social, una “superapp”, come la definisce, che paga le persone per il valore creato dal loro stesso utilizzo. I dati forniti dalla società danno utilizzatori in crescita. Così come il giro d’affari: 47,3 milioni nel 2021, saliti a 53,7 nei primi sei mesi dell’anno in corso. “Ci aspettiamo di arrivare a 1,5 milioni di utenti entro la fine del 2022 e di raggiungere tra i 60 e gli 80 milioni di utenti entro il 2026”, la previsione. Ma cosa rende Tatatu diversa dalle altre app? “Di base, un concetto che credo sia destinato a cambiare le carte nel settore. La chiamiamo la sharing economy dei dati”.

 

Come nasce l'idea di Tatatu

Il ragionamento dell’imprenditore parte da un presupposto: i social nascono come piattaforme gratuite, ma il loro valore è nelle attività svolte dagli utenti. A rivendicare il loro ruolo sono stati prima i creatori di contenuti, che oggi guadagnano dalle piattaforme. Ma mancava un tassello: “Il valore creato da chi fruisce i contenuti e i servizi della piattaforma. Perché sui social qualsiasi azione, qualsiasi like, post, video o chat crea valore”. Anche la fruizione passiva.

Tatatu paga chi lo utilizza. Come? Tramite token. Gettoni da 0,25 euro chiamati Ttu coin. Si guadagnano chattando, vedendo video, condividendo post. Ogni azione ha un suo premio. E Tatatu come guadagna? “Attraverso tre modalità: pubblicità; un ecommerce che funziona o con i nostri token o con un mix di token e soldi reali; e vendendo prodotti pagati in token in canali fisici legati alla nostra azienda, come il Mercato Metropolitano di Londra”, società di cui la holding di Iervolino è proprietaria di maggioranza.

Tatatu è un ecosistema. E punta a crescere. “La nostra moneta non è una criptovaluta. Non si può vendere, o ritirare in banca. È più che altro un sistema a punti”, spiega. Il tutto basato su un cambio di paradigma della fruizione del digitale: fare in modo che chi genera il valore dei dati abbia parte di quel valore.

 

La complicata sfida ai colossi tecnologici

Difficile dire se Tatatu sia già entrata nei radar dei colossi tecnologici. Ancora più difficile è immaginare se in qualche modo possano vederla come una minaccia. Iervolino in qualche modo le sfida, perché “sfruttano le attività delle persone” e le persone “sanno che sono sfruttati”. “Io sto proponendo una cosa nuova. Spero che con la quotazione a Parigi si accendano i fari su questo modello. È più democratico. Credo che anche i legislatori europei dovrebbero tenerne conto”, aggiunge.

I colossi tecnologici, i grandi social network, sono tutti nati negli Stati Uniti. Lì hanno sede Facebook, Instagram e Whatsapp. Oggi nuove realtà, come TikTok, arrivano dalla Cina. E hanno innescato un cambiamento in atto. Alcuni servizi nati dai colossi cinesi sono stati copiati da quelli americani. Cambiano gli assetti, i rapporti di forza, cambia la fonte da cui arrivano le innovazioni possibili. Tatatu vuole inserirsi in questa partita. In un settore dominato da monopoli che però ha già dimostrato non gradire troppo a lungo un solo re. Un solo detentore del titolo.

“Noi siamo pronti a giocarci la nostra parte. Gli utenti sono trattati da lavoratori senza stipendio. Tatatu è la dimostrazione che esiste un modello di business alternativo, basato sulla condivisione del valore e non sulla sua appropriazione da parte dei colossi tecnologici”. La sfida è appena cominciata. La campana che suonerà alla Borsa di Parigi mercoledì riecheggerà po’ come quella del primo round di un incontro. E sul quadrato durata e esito è sempre un’incognita.