Lavoro

Sandberg e le altre. Le carriere delle donne che siedono ai piani alti delle Big del tech

Sandberg e le altre. Le carriere delle donne che siedono ai piani alti delle Big del tech
Le donne che ricoprono ruoli importanti nell’industria del tech non hanno quasi mai vita facile, chi a causa di demeriti e chi a causa di pregiudizi. Le eccezioni ci sono e questo conferma l’assenza di una regola
7 minuti di lettura

Fino al 2015 il 90% dei Ceo veniva scelto all’interno delle aziende, privilegiando gli uomini. Un rapporto dello studio legale Fenwick & West, citato dal New York Times, riporta che nelle prime 150 aziende della Silicon Valley per fatturato, le donne Ceo continuano ad essere una rarità negli Stati Uniti, il 4,7% era guidato da donne alla fine del 2020, dato invariato rispetto al 2018. Un discorso che potrebbe estendersi, non soltanto ai Ceo, ma anche ad altre posizioni di rilievo delle aziende. Le avventure professionali delle donne ai vertici delle grosse aziende tech tenderebbero a concludersi in malo modo e, che il 42% di queste sia stato nominato quando le aziende già versavano in cattive acque, fenomeno chiamato ‘glass cliff’ (scogliera di cristallo) e anche citato dal Wall Street Journal per la nomina di Linda Findley Kozlowski come Ceo di Blue Apron, diventa un fatto accessorio.

Le donne Ceo

La prova che le donne possono fare bene è costituita da vari nomi, ad esempio, rimanendo nell’ambito delle Big del tech, si può citare la Ceo di YouTube Susan Wojcicki. La Ceo di Oracle Safra Catz, la presidente e Ceo di AMD Lisa Su. Jayshree Ullal, di origini indiane ma nata a Londra e di nazionalità americana, è Ceo di Arista Networks, azienda Californiana che vende parti attive di rete destinate ai Datacenter. Uscendo dal Tech e rimanendo adiacenti alle aziende americane con i fatturati più alti, vanno citate la Ceo della General Motors Mary Barra, la Ceo di Citigroup Jane Fraser e Julie Sweet, Ceo della multinazionale Accenture. Ritornando alle Big del Tech, altre amministratrici delegate hanno avuto minore fortuna. 

Meta e Yahoo!

Dal primo giugno Sheryl Sandberg non è più la direttrice operativa di Meta, azienda in cui è entrata nel 2008 e di cui ha contribuito a forgiare le sorti. Nel 2018, secondo Forbes, era l’undicesima donna più influente al mondo. Ora le dimissioni che suonerebbero, per il Wall Street Journal, come un “congedo con demerito” e rischiano di essere un macigno sulle spalle delle future manager di alto livello.

Un macigno che si ammassa su un altro, quello di Marissa Mayer, amministratrice delegata di Yahoo! dal 2012 al 2017, salita al timone in tempi difficili ed esposta a critiche di ogni sorta. Appena nominata alla guida di Yahoo!, Mayer ha annunciato di essere incinta, facendo così lievitare a due le notizie: una donna Ceo di un colosso della California che, poi, dava prova di potere miscelare vita professionale e privata. Sembrava una storia fatta apposta per sfatare tabù. La fiducia del consiglio di amministrazione di Yahoo!, risultati alla mano, è andata scemando. Le accuse mosse alla manager sono state numerose: le è stato rimproverato un atteggiamento sessista sul lavoro (a discapito dei maschi), è stata data enfasi alle tante acquisizioni non azzeccatissime, su tutte quella della piattaforma di microblogging Tumblr (2013), pagata 1,1 miliardi di dollari. L’elenco è lungo e si conclude con un’altra acquisizione fallimentare, quella della piattaforma ecommerce Polyvore nel 2015, pagata 160 milioni di dollari.

Le critiche più feroci mosse a Marissa Mayer riguardano però il modo con cui, nel 2017, ha condotto l’acquisizione di Yahoo! da parte di Verizon. A ciò si aggiunge la perfettibile trasparenza con cui ha reso note alcune violazioni informatiche avvenute nel 2014 e taciute agli azionisti, agli utenti e alla stessa Verizon la quale, in fase di contrattazione, ha ottenuto un ulteriore sconto di 350 milioni, chiudendo l’affare a 4,8 miliardi di dollari. La fine di Yahoo! è coincisa con quella che, all’epoca almeno, è stata la discesa più rapida di una donna al comando di un colosso.

Sandberg e Mayer hanno avuto per ora carriere diverse: la prima è entrata in un’azienda, Meta (Facebook all’epoca) era una startup e ne è uscita che era un colosso, Mayer ha sulle spalle il peso di non avere avuto la forza di sollevare la cloche di un aereo in stallo, se non già in caduta libera.

 

Il caso Ibm

Ginni Rometty ha passato quasi quattro decenni alle dipendenze dell’IBM, otto dei quali in qualità di presidente e Ceo. Fautrice del Cloud, dell’Intelligenza artificiale e del quantum computing, non ha mai tolto gli occhi dalle acquisizioni strategiche, concludendone 65 durante il suo mandato di amministratrice delegata (in media otto ogni anno) tra le quali spicca l’acquisto di Red Hat nel 2019 per 34 miliardi di dollari. Al momento delle sue dimissioni nel 2020, il Consiglio di amministrazione di IBM ha salutato la manager mostrando gratitudine, forse soltanto di circostanza. Per quasi sei anni, con lei alla guida, IBM non ha mai chiuso un trimestre finanziario al rialzo. Per vedere una crescita si è dovuto attendere la fine del 2017 (+3,6%) e questo non è bastato ad attenuare le critiche anche perché, sul lungo periodo, il titolo azionario sotto l’egida Rometty è passato dai 196,26 dollari dell’aprile del 2012 ai 106,95 dollari per azione al 30 ottobre del 2020, segnando quindi una diminuzione nel tempo pari al 45%. Celebre per la sua volontà di abbassare l’età media dei dipendenti IBM, al fine di rendere l’azienda più attrattiva ai millennial, nel 2018 Jonathan Langley, uno dei tanti dipendenti accompagnati alla porta, ha intentato una causa contro l’azienda che ha poi ritirato nel 2020, lasciando quindi pensare a un accordo tra le parti.

 

eBay e HP

Meg Whitman è stata nominata Ceo e presidente di eBay a marzo del 1998. All’epoca l’azienda fatturava 4,7 milioni di dollari. Dieci anni dopo, quando ha deciso di lasciare, il fatturato era di 7,7 miliardi. In seguito una parentesi in politica. Nel 2009 si è candidata, senza successo, alla carica di governatrice della California tra le fila repubblicane.

Nel 2011 è entrata a corte della Hewlett-Packard (HP) prima come membro del consiglio di amministrazione e, a settembre dello stesso anno, ha vestito anche i panni della Ceo, garantendo che nell’arco di 5 anni avrebbe rivoluzionato l’azienda. La sua avventura è durata poco più di sei anni e offre una doppia lettura. Dal punto di vista finanziario è stata un successo: ha diviso l’azienda in due, creando HP Enterprise (infrastrutture, sicurezza e Big data) e HP Inc. (mercato consumer). Entrambe le divisioni hanno conseguito buoni numeri in borsa, HP Enterprise quotata 9,88 dollari il primo giorno (novembre 2015) valeva 13,95 dollari (novembre 2017), quasi alla fine del mandato di Meg Withman. HP Inc., quotata nel 2012, 5,9 dollari, ne valeva 21,45 a novembre del 2017.

Dal punto di vista del management d’impresa l’impatto è stato ben diverso. Considerando che lo split societario sembrava restituire buoni frutti, la Ceo ha adottato una politica di acquisizioni (tra le quali spicca Aruba Networks, acquistata nel 2015 per 3 miliardi di dollari) e di licenziamenti in massa per rilanciare l’azienda. Al termine dei cinque anni però i risultati auspicati non si sono presentati all’appuntamento: HPE era cresciuta, in termini di ricavi, del 4,6% ma il mercato dei server segnava un desolante -5%.

Nel 2018 è diventata amministratrice delegata di Quibi, startup di contenuti digitali pensati per i dispositivi mobile. Dopo avere ricevuto finanziamenti per 2 miliardi di dollari (da aziende come Goldman Sachs, JP Morgan, Disney, Sony Pictures e altre ancora) il progetto ha debuttato ad aprile del 2020. Sono bastati pochi mesi per farlo tramontare definitivamente, nel 2020. Insuccesso, se si pensa che il mercato dello streaming e dell’on-demand è aumentato durante la pandemia.

 

Libertà di Parola

Ellen Pao, avvocata nata nel New Jersey da famiglia taiwanese, è tra le capostipiti della linea di pensiero secondo la quale, nelle aziende americane, a parità di prerequisiti, gli uomini godono di maggiori avanzamenti rispetto alle donne. Questa convinzione l’ha portata nel 2012 a intentare una causa per discriminazioni contro il suo datore di lavoro (Kleiner Perkins Caufield & Byers, venture capitalist con base a Menlo Park, in California), procedimento che non ha incontrato il favore della giuria che ha accolto le obiezioni della società imputata.

Nel 2013 Pao ha cominciato a lavorare per Reddit, sito di intrattenimento e di social news di cui è diventata amministratrice delegata ad interim a novembre del 2014. Nel 2015 ha messo al bando il revenge porn su (un anno dopo la medesima politica sarebbe stata attuata anche da Twitter) e ha usato il guanto di ferro contro le comunità del sito, chiamate subreddit, chiudendone cinque a causa dei temi sconvenienti che trattavano. La reazione degli utenti ha portato alla creazione di una comunità chiamata r/paomustresign (Pao deve dimettersi) e al lancio di una petizione online che ha raccolto la sottoscrizione di 200 mila utenti desiderosi che la Ceo facesse un passo indietro. Il 2 luglio del 2015 Reddit ha allontanato la direttrice delle comunicazioni Victoria Taylor, un punto di riferimento per gli utenti, coordinatrice tra le altre cose delle sessioni Ask Me Anything (chiedimi qualsiasi cosa) durante le quali gli utenti potevano fare ogni tipo di domande a chi accettava di dare risposte (nel 2012 è stato il turno di Barack Obama). Altra mossa poco gradita agli utenti che hanno chiuso per diverse ore, a titolo di sciopero, i subreddit che gestivano. Otto giorni dopo, il 10 luglio del 2015, Ellen Pao si è dimessa, con la benedizione di Reddit. Al di là degli errori nella gestione del suo mandato, la Ceo è stata vittima di reazioni dure a causa del suo intento di eliminare l’hate speech dalla piattaforma. Per gli utenti ogni restrizione era un annichilimento della libertà di parola.

La scure non si abbatterebbe soltanto sulla censura ma anche sui censori. Vijaya Gadde, avvocata a capo dell’ufficio legale di Twitter e fautrice del ban permanente all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è impegnata dal 2011 in continue revisioni delle policy della piattaforma al fine di renderne i contenuti sempre aderenti alle leggi, arrivando a prendere la decisione di rifiutare ogni pubblicità politica. L’avvocata, secondo Politico, sarebbe scoppiata a piangere alla notizia dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk (non ancora avvenuta), non soltanto per le loro divergenze sul concetto di libertà di parola ma anche per il suo stesso destino aziendale.

Pinterest

Françoise Brougher, ex direttrice operativa di Pinterest, ha citato in causa la società per discriminazione di genere, affermando di essere stata licenziata dopo essersi lamentata del mobbing e delle molestie subite. Nel 2020 Pinterest ha accettato di pagare un risarcimento di 22,5 milioni di dollari, come riporta il New York Times.

 

L’India vista dall’altra parte del Pacifico

È indiano il Ceo di Microsoft Satya Nadella. All’ex Ceo di Twitter, Jack Dorsey, è subentrato Parag Agrawal. Indiano il Ceo di Google Sundar Pichai, così come lo è quello di Adobe Inc., Shantanu Narayen. Sono indiani anche i Ceo di VMware Raghu Raghuram, Sanjay Mehrotra di Micron Technology e Ganesh Moorthy della Microchip Technology. La stessa Rometty ha lasciato l’ufficio di Ceo a Arvind Krishna.

Più difficile trovare una donna indiana ai vertici delle aziende del Big Tech Usa come Vijaya Gadde che siede ai piani alti di Twitter. Oltre alla già citata Jayshree Ullal (Ceo di Arista Networks), si può citare Sharmistha Dubey, dal 2020 Ceo di Match Group, società con sede in Texas che possiede e gestisce servizi di incontri online tra cui Tinder, si è dimessa a maggio 2022. Occorre uscire dal comparto tecnologico delle Big e ricordare, ad esempio, Leena Nair Ceo di Chanel, oppure Indra Nooyi, che dal 2006 al 2018, è stata Ceo e presidente di PepsiCo.

 

Le donne sono meno brave?

Fermandoci a una prima lettura appare che sia così, che le donne non siano pronte a fare il salto di qualità. Scendendo un po’ più nel dettaglio ci si rende conto che, alcune di loro, sono salite sul carro quando i vincitori erano già scesi. Ginni Rometty, Meg Whitman e Marissa Mayer, soltanto per citarne tre, hanno preso in mano le redini di aziende in crisi e non sono riuscite a risollevarne le sorti. In altri casi, pensando soprattutto a Sheryl Sandberg, si può affermare che il suo lavoro lo abbia fatto in modo esemplare, altrimenti Meta non sarebbe ciò che è oggi e lei non sarebbe rimasta in sella per 14 anni.

Quali risultati avrebbero ottenuto dei manager maschi al loro posto è una domanda senza senso, perché non lo sapremo mai. Quello su cui occorre interrogarsi, però, è descritto in uno studio presentato al World Economic Forum nel 2019, secondo il quale – al di là delle discriminazioni che impregnano l’eterno dibattito tra uomini e donne – emergono altri schemi: si arriva persino a ipotizzare che i dipendenti di un’azienda siano più suscettibili alle critiche se gli sono mosse da donne, una sorta di intolleranza. Uno studio apparso nel 2021 sul sito Journal Academy of Management sostiene invece che la mentalità patriarcale aziendale considera le donne meno capaci e non perdona loro nessun errore. Eppure, sempre stando a un altro studio (fatto da due ricercatrici) delle università di Liverpool e di Reading, durante la pandemia, le donne manager hanno, sul piano generale, mostrato risultati migliori dei loro pari. 

 

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito