Haugen star a Lisbona: "Non sarà il metaverso a migliorare Facebook”

Prima apparizione pubblica, al Web Summit di Lisbona, dell’ex manager al centro dello scandalo che ha convolto il più grande social network del mondo. "Mai lavorato per una compagnia peggiore. Zuckerberg non può continuare a fare errori del genere"
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Lisbona. La prima apparizione in pubblico di Frances Haugen, l’ex manager di Facebook che ha passato al Wall Street Journal (Wsj) decine di migliaia di documenti interni del social network, è stata accolta con un applauso scrosciante. Ma era facile prevedere che al Web Summit, la fiera europea più importante dedicata alle startup, avrebbe trovato un pubblico in sintonia con le sue idee. Le persone stipate nell’Altice Arena di Lisbona durante la cerimonia di apertura erano lì per lei. E l’hanno salutata come una star del Web, una Davide contemporanea che ha sfidato Golia.

L'Altice Arena di Lisbona 
“Tanta notorietà è difficile da gestire, ma sono contenta di essere arrivata a questo punto”, racconta lei stessa. “C’è sempre una soglia in ognuno di noi oltre la quale non si può andare. Ad un tratto ho capito come stavano le cose e ho anche capito che non avrei potuto continuare, Nessuno dovrebbe esser costretto a scegliere fra la verità e il posto di lavoro”.

Trentasette anni, originaria di Iowa City, laurea in ingegneria elettronica e master ad Harvard, Haugen non ha mostrato esitazioni mentre snocciolava la sua verità sullo stato allarmante del più grosso social network al mondo. Dal 2018 a maggio del 2021 ha lavorato per Mark Zuckerberg nel gruppo che si occupava di indagare il fenomeno della disinformazione, il “civic misinformation team”. Le mail e i documenti da lei raccolti dal 13 settembre sono prima diventati un’inchiesta del Wsj chiamata Facebook Files, poi ribattezzata Facebook Papers quando l’ex manager ha allargato la platea di testate con la quale ha dialogato. Infine quelle carte sono arrivate sul tavolo del Congresso Usa e su quello del parlamento britannico.

“Uno degli aspetti più importanti dei documenti è la dimostrazione che il sistema dell’engagement di Facebook per catturare e mantenere l’attenzione degli utenti è capace di fare danni molto seri. La cosa preoccupante è che le persone che all'interno dell'azienda si erano accorte come me dei pericoli, ma non riuscivano a cambiare nulla perché riportavano agli stessi top manager che erano responsabili degli algoritmi".

L’accusa più sottolineata riguarda ancora una volta la consapevolezza di Facebook rispetto la propria incapacità di porre un freno al dilagare di notizie bufala e contenuti divisivi. La multinazionale sapeva ma nonostante questo non avrebbe fatto molto per arginare il fenomeno dedicando appena il 13 per cento delle sue risorse sul fronte della moderazione fuori dai confini degli Stati Uniti. Dunque i dati forniti a febbraio dal vicepresidente Mike Schroepfer, la persona che decide tutto in fatto di tecnologie presenti e future, sarebbero incompatibili con quanto emerso. Schroepfer ha sostenuto che l'intelligenza artificiale messa in campo dal 2019 per fermare l’odio online, nome in codice è Xlm-r, ha un’efficacia del 97 essendo in grado di bloccare sul nascere fiammate capaci di spaccare un Paese. Dall’India all’Etiopia, fino a Myanmar, quando non si tratta dell’inglese, l’efficacia pare sia decisamente più bassa o inesistente, almeno secondo Frances Haugen.

“Credo che l’umanità meritasse di conoscere la situazione. Facebook non era la prima compagnia per la quale lavoravo ma è sicuramente la peggiore. Non penso che Mark Zuckerberg sia una cattiva persona. Anzi, sono convinta che il suo sogno di connettere le persone sia autentico. Ma questo non rende ammissibile il suo continuare a fare errori, errori che hanno un costo in termini umani. Cambiare nome in Meta non servirà e sono preoccupata da quel che una compagnia del genere potrà fare con il metaverso”.   

Lei, nel frattempo, si è trasferita a Porto Rico, divenuto il rifugio di molti milionari che hanno accumulato fortune grazie ai Bitcoin. Ha investito in criptovalute “quando era un buon momento per farlo”, come ha spiegato. Inoltre è aiutata dall’organizzazione Whistleblower Aid. Vedremo quanto resterà sulla cresta dell’onda, ma intanto è già passata alla storia, quella sempre più tormentata dei social network.  

Il pubblico durante la conferenza di Haugen