Il caso

Puniti 30mila giocatori di Fifa 22 che avevano barato. E non sono gli unici

Fifa, Call of Duty, League of Legends: i videogiochi più amati e giocati sono quelli dove più spesso si prova a usare trucchi per avere successo. Ma i publisher non ci stanno
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Barare non è mai bello. Cercare una scorciatoia o un trucco per evitare una sconfitta, nella vita come nei videogiochi, non fa onore a nessuno. Eppure, sin dall'alba dei tempi del gaming, i trucchi e i codici, o cheat, sono sempre stati parte integrante della cultura videoludica, con tanto di riviste dedicate strapiene di combinazioni di tasti con cui assicurarsi soldi o munizioni infinite. Un conto era farlo entro i confini della propria stanza, diventando invincibili o procurandosi un’arma potentissima che non si sarebbe dovuta trovare prima del settimo livello. Un altro conto è quando non si parla più di trucchetti, ma di raffinati software usati nelle partite online contro altri giocatori in carne e ossa o addirittura in tornei dove in palio ci sono soldi veri e gloria.

Fifa 22 e il ban di oltre 30mila giocatori
Un esempio concreto lo offrono le recenti misure adottate da Electronic Arts per Fifa 22, videogioco di calcio tra i più giocati al mondo. Con un tweet, l'azienda ha spiegato di aver identificato e sospeso più di 30mila giocatori per una settimana, impedendo loro di partecipare alle Fut Champions Finals. Il motivo? Hanno sfruttato un glitch, un'anomalia del software, che impediva loro di perdere (più precisamente, di fare risultare la sconfitta). Il 4-0 se lo sarebbero presi lo stesso, ma il mancato conteggio in modalità competitive come quella non ha a che vedere con l'orgoglio: in questo caso specifico c'è un limite di partire da disputare (sono 20), entro un arco di tempo limitato (il weekend, infatti fino allo scorso anno si parlava di Weekend League). Più se ne vincono, più si ottengono punti, oggetti di gioco (valuta e pacchetti) e piazzamento favorevole. E con la valuta si possono acquistare giocatori più forti da schierare, mentre alcuni di quei punti sono necessari per qualificarsi ai tornei nazionali e internazionali organizzati da Electronic Arts, con premi in palio a 4 e 5 zeri. Chi usa questi trucchi difficilmente durerà molto in un girone pieno di giocatori professionisti, ma è inutile ribadire come simili azioni abbiano un impatto di non poco conto sull'intero ecosistema di Fifa. Da lì, la richiesta di Ea di non utilizzare il “no loss glitch”, pena 7 giorni di sospensione e un giro di punti e valuta di gioco perso.

La piaga dei cheat-code
Quella dei cheat è una piaga che affligge l'industria del videogioco da anni. Lo scorso anno, The Verge ha dedicato un corposo articolo al tema, raccontando come molti furbetti riescano a trasformare una serena sessione di gioco in un festival della frustrazione per chiunque si trovi in una stanza (virtuale) con loro. La testata specializzata Pc Gamer svolse un lavoro simile addirittura nel 2014.

E non sempre la colpa è degli sviluppatori: accade spesso che gli utenti sfruttino errori di programmazione a loro vantaggio, magari attraversando un muro e raggiungendo un punto nascosto della mappa in cui appostarsi ed eliminare gli avversari senza essere visti o colpiti. Ma, principalmente nei videogiochi multiplayer su computer, hanno iniziato a circolare software, gratuiti o a pagamento (o anche in abbonamento mensile), studiati per sfruttare quelle falle in maniera quasi scientifica o per automatizzare alcune azioni:

  • ci sono gli aimbot che prendono la mira da soli;
  • i wallhack che mostrano la posizione degli avversari vanificando le tattiche di chi gioca onestamente;
  • i lag switch, utilissimi nei giochi di calcio, che bloccano per una manciata di secondi l'azione distraendo l'altro player o lasciando campo libero e negli sparattutto permettono di diventare imprendibili.

Il problema non riguarda esclusivamente il mondo degli eSport e l'effettiva ingiustizia di vedersi soffiare la possibilità di accedere a tornei (e perdere quindi soldi, o stipendio e posto di lavoro, per i professionisti). C'è anche il fattore frustrazione dei giocatori comuni, che alla lunga smettono di dedicarsi al gioco preferito per via della presenza di cheater, e in futuro, di acquistare i nuovi titoli di questa o quell'azienda che non è riuscita a tenerli alla larga.

Misure drastiche
Il ban di tutti quegli utenti (che sono tanti, ma molto pochi in rapporto ai milioni di copie di Fifa vendute ogni anno), è solo una fra le misure adottate dalle aziende per contrastare il fenomeno. In passato c'è chi ha implementato programmi studiati per combattere i cheater (come BattlEye), richiedendo però ai giocatori di installare software extra e andando ad appesantire o compromettere l'esperienza, per via dei processi di controllo eseguiti in sottofondo durante le partite. Riot, l'azienda di League of Legends (il Moba più popolare al mondo) e Valorant, è finita sotto attacco perché i suoi sistemi erano sin troppo invasivi: trattandosi di driver kernel-level perennemente in funzione che monitoravano ogni azione del giocatore per appurare che non avviasse programmi di cheating, rappresentavano un rischio per la privacy.

C'è chi ha persino messo in piedi un vero e proprio reparto anti-cheat, con squadroni di persone che andavano a infiltrarsi nelle community di cheater per smascherarli e segnalarne gli account, come l'Overwatch Police Department per l'omonimo gioco di Activision Blizzard.

A proposito di Activision, eclatante è il caso di Call of Duty: dopo avere bannato più di 200mila account la scorsa estate, l'azienda ha annunciato l'implementazione di un sistema chiamato Ricochet Anti-Cheat, che unito al potenziamento della sicurezza dei server dovrebbe creare non pochi problemi a chiunque tenterà di barare sia in Call of Duty: Warzone, il popolare (e gratuito) battle royale bellico, sia in Call of Duty: Vanguard, il nuovo capitolo della saga in uscita il 5 novembre. Il sistema implementerà anch'esso un driver kernel-level, ma entrerà in funzione solo all'avvio degli stessi.

Una vera e propria dichiarazione di guerra, con tanto di guanto di sfida lanciato via social e un messaggio chiaro e forte: non siete i benvenuti. Un atto dovuto alla luce delle numerose polemiche legate ai cheater e alla loro attività di disturbo alle partite. Polemiche culminate questa estate con un hashtag, #FIXWARZONEita, andato in trending su Twitter: lo ha usato per primo il popolare content creator e giocatore professionista italiano Giorgio “POW3R” Calandrelli, simbolo della community italiana e internazionale, ma da allora allontanatosi dalla saga di Activision anche per il modo in cui è stato affrontata la questione. Vedremo se il sistema funzionerà.

Di certo, a pochi giorni dall'annuncio, alcuni sviluppatori dei software di cheating sembrano essere entrati in possesso di Ricochet, iniziando così a studiarlo e a trovare modi per aggirarlo, ma stando a fonti interne di Vice, fa tutto parte del piano di Activision stessa, quasi a voler giocare al gatto con il topo. Sembra un po’ una spy story, vero?