La poltrona vuota al lancio dell'iPhone 4S: era per Steve Jobs? 

Dieci anni senza Steve Jobs

Il fondatore di Apple è scomparso il 5 ottobre 2011: con Tim Cook oggi l’azienda è molto diversa da allora, ma le sue idee sono ancora vive. La famiglia: "Ci ha insegnato ad aprirci alla meraviglia del mondo"

5 minuti di lettura

4 ottobre 2011, San Francisco, giorno del lancio dell’iPhone 4s. Nella prima fila, riservata ai dirigenti Apple, c’è un posto vuoto con il cartello “reserved”, che viene inquadrato diverse volte, prima, durante e dopo la presentazione, forse per lasciare la speranza che all’ultimo momento Steve Jobs compaia davvero. Ma lui non si presenta: sta lottando con le complicazioni del cancro al pancreas; o addirittura ha già lasciato questo mondo, e l’annuncio non è stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.

La scomparsa
La notizia arrivò il giorno dopo: Steve Jobs era morto. Il mondo aveva perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Milioni di persone lo omaggiarono sul web, che diventò per qualche tempo il suo cimitero virtuale, e lasciarono fiori accanto alle vetrine degli Apple Store, santuari provvisori di un culto che lo venerava come un dio e insieme una rockstar. A dieci anni dalla scomparsa di Jobs, ogni giorno migliaia di dipendenti varcano la soglia di quello che fu il suo progetto più grande, l’Apple Park di Cupertino: fu lo stesso Jobs a presentarlo al consiglio comunale della cittadina californiana nell’ultima apparizione pubblica, scheletrico e debolissimo. 

L’abbraccio
L’edificio principale ha un’area complessiva di 260.000 m2 e all’interno potrebbe trovare posto l’intero Pentagono. In realtà ospita un prato, un laghetto e alberi da frutta. Albicocchi, gli stessi che nell’infanzia di Jobs crescevano proprio lì, intorno a quella che allora era la sede di Hewlett Packard. “Abbiamo sperimentato tante forme diverse - mi spiegò qualche anno fa Stefan Behling, l’architetto dello studio di Norman Foster che ha diretto il progetto dell’Apple Park - poi in nove mesi di confronto con Steve Jobs abbiamo ogni volta semplificato e ci siamo avvicinati sempre più all’idea finale”. Che non è un cerchio, ma un anello: “Rappresenta un gruppo di persone abbracciate, come prima di un match sportivo, in cui ognuno è fondamentale per il gruppo. E al centro non c’è nessuno, non c’è un capo”. Originariamente, racconta Behling, era invece previsto qualcosa, ma non vuole dirci cosa. “Poi abbiamo fatto il vuoto, una scelta molto zen, in linea con le idee di Steve Jobs”.  

Semplificare
Alla fine, la sua invenzione più importante non è il Mac, l’iPhone, l’iPod, ma Apple stessa, che oggi è l’azienda hi tech più grande del mondo, nata e cresciuta “all’incrocio tra arte e tecnologia”, come disse nel suo ultimo keynote. Jobs ci arriva con un instancabile lavoro di sottrazione: dai Mac elimina prima il floppy disk, poi il tubo catodico, quindi l’hard disk rotante, le prese per video e connessioni di rete. Addirittura, nel 2007, cancella la parola computer dalla ragione sociale dell’azienda: Apple diventa un modo di immaginare le cose, un marchio che si può mettere su ogni oggetto, dalla tv all’auto. La tecnologia esce dai garage dei nerd e diventa cultura pop, definisce insieme l’identità di ognuno come singolo e di una generazione nel suo insieme. E per questo deve essere sempre più evoluta e sempre più evanescente, farsi da parte fino a scomparire. 

Il senso della vita per Steve Jobs, che se n'è andato 10 anni fa

Il sogno americano
Jobs rappresenta il sogno americano non una ma due volte, col primo fulminante successo (1976-1985) e con il suo secondo periodo, più saggio e maturo (1997-2011). Incarna di volta in volta le contraddizioni dei tardi anni Sessanta, l’etica fai da te dei Settanta, la fiducia nel futuro degli Ottanta. Nei Novanta si concentra su Pixar, ma è solo col volgere del millennio che si avvia a diventare il primo guru della società informatica. Ma Jobs non sarà ricordato per quello che ha inventato: il pc con interfaccia grafica non è una sua idea, l’iPod nemmeno; prima dell’iPhone esistevano già gli smartphone e i tablet erano stati lanciati da Microsoft con dieci anni di anticipo sull’iPad. Perfino la sua frase più famosa, “Stay hungry, stay foolish”, non è sua ma tratta da un libro simbolo della controcultura californiana, il Whole Earth Catalog, pubblicato da Stewart Brand.

L’affabulatore
Jobs possedeva un dono per la narrazione, unito a una capacità di prevedere il futuro a volte profetica. Molto tempo prima di Google o dell'Internet pubblico, Jobs parlava di come i computer in rete avrebbero "avuto l'intera biblioteca del Congresso a portata di mano". Parlava dei videogiochi non come banali perdite di tempo, ma come "ambienti di apprendimento simulati" dove "più si imparano i principi di base, migliore è il punteggio". Chiamava spesso i computer "una bicicletta per le nostre menti". I suoi keynote sono spesso studiati, imitati, copiati: ma questo non fa che porre l’accento sulla distanza con l’originale, sulla mancanza di ritmo, di ironia, di senso dello spettacolo che affliggono le presentazioni di oggi. Lo stesso Tim Cook ha faticato parecchio prima di trovare la sua voce, e si può dire che i keynote Apple siano modellati su uno stile diverso solo da quando sono diventati virtuali, con la pandemia. 

Il Ceo di Apple Tim Cook all'inaugurazione dello Steve Jobs Theater, immediatamente prima del lancio dell'iPhone X 

Fare la storia
Nella forma, però; ché nella sostanza il concetto che la tecnologia possa aiutare a superare le barriere è diventato popolare, e inevitabilmente anche un po’ retorico.  Quando ha annunciato l'iPhone 13 il mese scorso, Tim Cook ha detto che Apple sta "progettando i migliori prodotti e servizi per arricchire la vita delle persone". Il responsabile prodotto di Microsoft, Panos Panay, ha parlato di come il nuovo Windows è "una casa per miliardi di persone per fare il loro lavoro, vivere i loro sogni e connettersi con le persone che amano". Elon Musk vuole salvare l’umanità portandola su Marte, se una catastrofe dovesse metterne a rischio la sopravvivenza sulla Terra. Uber ha spiegato che la sua piattaforma non solo collega autisti e passeggeri, ma cambia il modo in cui ci muoviamo nelle città, fornendo insieme nuove possibilità di guadagno. Nel suo piccolissimo, pure WeWork si presentava come artefice di un "profondo cambiamento nella tecnologia, nella demografia e nell'urbanizzazione". E tuttavia nessuno dei Ceo di oggi è in grado di creare un campo di distorsione della realtà come sapeva fare Jobs: presentava un nuovo prodotto e sembrava che ogni volta fosse destinato a cambiare la storia del mondo. Non è successo sempre, ma di sicuro almeno due volte. Nel 1984, quando presentò il primo Mac e definì lo standard che tutti i pc avrebbero seguito per i decenni a venire. Col lancio dell’iPhone, nel 2007, aprì invece la strada all’era post-pc: prima smartphone e tablet, in futuro televisori, orologi, gadget di ogni tipo, con processori potenti e sempre connessi a internet.

Il paradigma
Quarant’anni dopo, Apple è l’azienda che vale di più al mondo. Ha cambiato la vita a miliardi di persone che oggi usano i suoi prodotti. Ma anche a tutti gli altri: gli smartphone, ad esempio, oggi sono più veloci, più potenti, più grandi, ma rimangono assai simili al primo iPhone, perfino quando non hanno il logo della Mela. E pensiamo al computer, con la scrivania, le cartelle, i file: quanto è davvero diverso dal Lisa, che Apple lanciò nel 1983, un anno prima del più famoso Mac? E questo indipendentemente dal sistema operativo, che sia Os X o Windows. Ancora, i tablet, quanto si sono evoluti dal primo iPad? Così Apple diventa un paradigma, che si può imitare, come spesso accade, o mettere in discussione, mai però ignorare; nemmeno oggi che pare più attenta alla strategia che alle vere innovazioni. 

Dieci anni
Con ogni probabilità, Tim Cook ricorderà la scomparsa di Jobs con una mail, come ha fatto altre volte. Spiegherà che l’azienda ancora si basa sui valori del suo fondatore, forse ribadirà il mantra della nuova Apple: “Lavoriamo per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato”. Eppure, c’è da scommettere, Jobs non avrebbe amato questo anniversario, come non amava compleanni e ricorrenze. Quando tornò a Cupertino dopo gli anni dell’esilio in Next, fece liberare i locali del museo Apple, dove era conservato un esemplare dell’intera produzione fin dal primo computer del 1976: “Abbiamo bisogno di spazio”, disse, e gli apparecchi furono donati all’università di Stanford. Non basta aver creato un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perché la vita è un continuo movimento. E forse è questa la lezione più importante di Steve Jobs: non smettere mai di cambiare, di scommettere sul futuro, di cercare se stessi. È così che lo ricorda la famiglia, in un messaggio sul sito di Apple per il decennale della sua scomparsa: "Steve ci ha insegnato ad aprirci alla meraviglia del mondo, a provare curiosità per le nuove idee, a guardare dietro l’angolo e soprattutto a conservare l’umiltà di chi si sente sempre agli inizi".

 

 

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