Doping, stangata per Polo: 4 anni di squalifica La sua carriera è compromessa: «Un inferno»

Tanti punti oscuri nella vicenda, ma la Corte di Appello ha raddoppiato la pena dell’ex Kioene. Il ds Santuz: «Lo aiuteremo»

/ PADOVA

«Un altro anno nel mio inferno». Alberto Polo lo ha scritto appena una settimana fa sui social, salutando a suo modo un 2022 da vivere lontano da quello che più di tutto ama fare: giocare a pallavolo. Il ventiseienne centrale bassanese, che dal 2017 al 2020 ha vestito i colori della Kioene Padova, prima di trasferirsi alla Gas Sales Piacenza di “Lollo” Bernardi, non poteva ancora immaginare che il suo calvario di lì a breve si sarebbe allungato. Già. La Corte Nazionale di Appello Antidoping, accogliendo parzialmente le richieste portate in appello dalla Procura Nazionale, lo scorso lunedì ha raddoppiato la squalifica inflitta all’ex azzurro, che in totale dovrà rimanere fermo quattro anni. Polo potrà tornare in campo soltanto dal 1° aprile 2025. Il giocatore, si legge nella sentenza, è stato ritenuto “colpevole di violazione internazionale dell’articolo 2.1 del Codice Sportivo Antidoping”. Di fatto, la stessa carriera di Polo - che da quando è ai box ha assistito spesso da spettatore alle partite della sua ex squadra in Arena - è a rischio. Ma restano molti i punti oscuri della vicenda.


LE SOSTANZE INCRIMINATE

Tutto inizia domenica 14 marzo. Al termine della gara dei quarti di finale playoff persa da Piacenza con Trento la Nado effettua un controllo antidoping di routine: tra i sorteggiati c’è appunto Polo, da poco rientrato in campo dopo essere guarito dal Covid. Il 1° aprile, come nel più crudele degli scherzi, arriva la notifica: il giocatore risulta positivo a un mix di sostanze. Sono meldonium (un farmaco utilizzato da chi ha disturbi alle coronarie, adiuvante nell’aumentare il flusso sanguigno arterioso), testosterone, suo precursore (Deha) e suoi metaboliti non endogeni, e Acb-idroclorotiazide (un diuretico usato per nascondere altre sostanze).

LE TAPPE

Il giorno dopo, Piacenza dirama un comunicato che dice: “è ipotizzabile che l’avversità del test sia attribuibile all’assunzione incolpevole di un farmaco prescritto al giocatore per finalità terapeutiche volte alla guarigione dalle patologie residue da sindrome post Covid 19”. Per poi auspicare “che la vicenda possa essere chiarita in tempi brevi nella consapevolezza dell’assoluta buona fede dell’atleta e del proprio staff medico”. La faccenda si tinge di giallo intorno al 7 aprile, con l’esonero del preparatore atletico Juan Carlos De Lellis, il cui contratto sarebbe scaduto alla fine dello stesso mese. Nessuno spiega se la decisione sia legata a quanto accaduto. Poi si passa al 14 giugno, giorno del dibattimento, quando il Tribunale Nazionale Antidoping anziché andare subito a sentenza, come da prassi, rinvia tutto al 19 luglio, lasciando intuire la complessità del caso. Il 27 luglio, quindi, ecco la sentenza di primo grado, con i due anni di squalifica. Pena raddoppiata in appello.

SANTUZ: «LO AIUTEREMO»

Sulla questione si è espresso anche il diesse della Kioene Stefano Santuz nel corso del programma in streaming Wi-Fipav: «Non vorrei parlarne, devo ancora leggere gli atti. Per quanto ho vissuto insieme ad Alberto negli anni in cui è rimasto a Padova posso dire però che è un atleta di altissimo profilo, sia morale che tecnico. Per capirci, un ragazzo che per prendere un’aspirina chiamava il medico. Quindi penso che lui di responsabilità in questa situazione ne abbia veramente poche o pochissime o nessuna. Non so come potremo aiutarlo, in quanto non può svolgere nessun tipo di attività federale, ma sicuramente faremo tutto il possibile per lui». —

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