Djokovic, tra errori e omissioni adesso rischia un anno in cella

Melbourne, il tennista serbo si rivolge ai social e ripercorre l’intera storia «Errore l’intervista, dovevo evitarla». C’è chi dubita della sua positività 

il retroscena



A una settimana dal suo drammatico arrivo a Melbourne, Novak Djokovic si è inginocchiato nel confessionale dei social e ha (parzialmente) ammesso le sue colpe: sì, il 18 dicembre ha concesso un’intervista in presenza a L’Equipe quando sapeva già di essere positivo; e sì, ha omesso di citare la tappa in Spagna nel modulo di sbarco compilato (dal suo agente) in aeroporto. Una sciocchezza, quest’ultima, che può costargli dodici mesi di galera e tre anni di bando. Vedremo se il ministro dell’immigrazione, il cristiano praticante Alex Hawke, da cui dipende la sorte di Djokovic e che fa parte di un gruppo di lettura della Bibbia insieme al premier australiano Scott Morrison, deciderà (forse già in queste ore) di usare la clemenza della fede o la spada della legge.

L’intricatissima vicenda del visto prima negato e poi concesso «sub judice» al numero 1 del tennis mondiale – ortodosso devoto – si è trasformata in un caso di Stato con grottesche sfumature mistiche (grazie a papà Srdjan che lo ha paragonato a Cristo in croce), ma a colpire di più uno spirito laico sono le umanissime incongruenze.

Djokovic su Instagram sostiene di avere saputo solo il 17 dicembre di essere (di nuovo) contagiato – condizione che sperava lo agevolasse con il visto –, ma nella dichiarazione alla Corte federale ha sostenuto di essere stato testato e diagnosticato il 16. Il 17 è apparso in pubblico senza mascherina, il 18 ha concesso l’intervista: «Un errore, avrei dovuto rimandarla».

Il 25 si è poi imbarcato da Belgrado per la Spagna, ha sostato a Marbella ed è ripartito il 31, ma all’immigrazione non ne ha parlato. «Il mio agente si scusa in modo sincero per l’errore amministrativo nel segnare la casella sbagliata, è stato un errore umano, non volontario».

Intanto nei fuori onda della tv «aussie» due giornalisti lo hanno definito un bugiardo e uno str…o, e Der Spiegel dubita che sia mai stato positivo. L’Australia è divisa, il 51 per cento lo vorrebbe cacciare, il verdetto tocca al ministro Hawke, che nel suo discorso d’insediamento disse di credere «nel perdono, nella redenzione e in una seconda opportunità per tutti». A meno che non scatti la legge del taglione. —



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