Juventus-Roma una sfida centenaria

Il gol di Turone, i colpi di Del Piero e Totti  Spesso rivali nella lotta per lo scudetto

la storia

/ TORINO


Le partite sono tutte uguali. Un classico. E anche una bugia: Juventus-Roma non sarà mai come le altre per fascino, rivalità, tradizione. Un romanzone, fatto di gol e di simboli, che è ingiusto ridurre a polemiche isolate: “er go’ de’ Turone”, quarant’anni portati benissimo, ancora divide e scomoda moviole, ma se resiste è perché appartiene ai formidabili anni Ottanta, quando le due squadre erano regine, e più in generale a una sfida senza tempo tra il Nord industriale e la Capitale che si ribella al suo dominio nel pallone. A corredo intrighi di mercato, calciatori sfilati in hotel e tecnici che in una notte attraversano l’autostrada. La sola partita di domenica allinea un’infinità di sliding doors: c’è Allegri che aveva già firmato con la Roma, ma poi scelse di rimanere al Milan e se non avesse cambiato idea non avrebbe scritto la storia bianconera, c’è Chiellini che è un ex, ma quasi nessuno lo sa perché ha vestito il giallorosso solo a un torneo di Viareggio, c’è Zaniolo che da bambino tifava Juve e Luca Pellegrini che è romano di Cinecittà ed è cresciuto a Trigoria.

È il passato, però, a regalare le emozioni più grandi. Un crescendo dai primi incroci nel 1927 al Velodromo Appio di Roma o in corso Marsiglia a Torino: le poche volte in cui la classifica ha banalizzato l’incontro, rivalità e orgoglio hanno compensato, tramutando in partitissima anche gare senza appeal. Scartabellando, si stagliano la vittoria esterna bianconera nel 1930 che spezzò l’imbattibilità del Testaccio, il 5-0 giallorosso l’anno successivo che non precluse lo scudetto della squadra di Carcano, ma lasciò una traccia così profonda da diventare un film, il 3-1 esterno della Roma nel ’36 che sancì la fine del Quinquennio d’Oro, i sette gol rifilati dai bianconeri nel 1932 e nel ’50 e il 4-1 romanista del ’58 contro la corazzata di Charles, Sivori e Boniperti.

Nel 1973, il gol di Cuccureddu al 90’: Olimpico violato (2-1) e sorpasso in extremis su Milan e Lazio che vale lo scudetto, eppoi quello zero a zero dell’81 che dà l’eternità a Turone, e la vittoria esterna in rimonta firmata Platini e Brio che non impedì a Liedholm, nell’83, di realizzare il sogno dello scudetto. E ancora la rovesciata di Pruzzo nello stesso anno per il pari in extremis al Comunale e la volata del 1985-’86, il volo della Roma di Eriksson mortificato dalla clamorosa sconfitta con il Lecce già retrocesso.

Nel mezzo altre sfide epiche, altri momenti scolpiti, altre beghe: il 2-2 in rimonta a Torino, griffato Nakata e Montella, permise alla Roma di respingere l’assalto e veleggiare verso il terzo scudetto 2000-2001, infiammando le polemiche per il regolamento cambiato in corsa sull’impiego degli extracomunitari. Era la Roma di Fabio Capello, un simbolo per la gente giallorossa che visse il passaggio alla Juve come un tradimento.

Una storia intricata fra tante di mercato: Ferrara e Paulo Sousa erano destinati alla Roma e invece finirono a Torino, idem Oliseh che addirittura era stato ufficiosamnte annunciato, Iturbe e Destro, al tempo gioielli corteggiatissimi, sfilati dalla Roma alla Juve. E attorno, però, anche operazioni tra i due club, maglie scambiate, da Spinosi e Manfredonia a Vucinic e Pjanic, passando per Szczesny con il filtro dell’Arsenal. E poi Totti e Del Piero, rivali e amici, le famose quattro dita mostrate dal capitano giallorosso a Igor con la mimica “zitto e a casa” nel 2004 e la mano portata all’orecchio da Osvaldo per zittire l’Olimpico dopo il gol-vittoria del 2014 all’ultimo istante. E ancora le accuse di Zeman, icona romanista e fumo negli occhi bianconeri, e le promesse e i sacrifici di Viola e Sensi e oggi le ambizioni americani: dall’altra parte, da sempre, gli Agnelli. —

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