Tra sfide, polemiche e provocazioni Il ritorno di Mourinho allo Stadium

Undici anni da nemici: «Non potrei mai allenare la Juve dopo aver vestito la maglia dell'Inter» 

Torino

Il rumore dei nemici. Un cult di José Mourinho. Come le manette e il binocolo mimati contro gli arbitri, gli zero tituli e l’asserzione «Non sono un pirla». Un cult che domenica avrà un significato particolare, perché all’Allianz Stadium, dove lo Special One torna da allenatore della Roma, il rumore dei nemici è nitidssimo. Retaggio dei tempi dell’Inter, di una rivalità antica incendiata da Calciopoli, nutrita negli anni da ostilità del tifo e frecciate, provocazioni o repliche secondo i punti di vista.


Storia lunga, che affonda radici già nella prima stagione milanese, proprio nella conferenza stampa show che scolpisce gli zero tituli: Mou intravvede «prostituzione intellettuale» nelle polemiche sollevate da un rigore ottenuto proprio contro la Roma, immagina un artificio per non parlare dei giallorossi e del Milan destinati a non vincere, ma in sette minuti di monologo ne ha anche per la Juve «che ha fatto tanti punti con gli errori arbitrali». La società bianconera reagisce, chiede all’Inter di dissociarsi, denuncia mancanza di rispetto verso tutto il calcio italiano. È l’incipit di un rapporto burrascoso, che ruota spesso attorno al tema arbitrale. Il 19 febbraio 2010, alludendo a un rigore concesso alla Juventus contro il Genoa per un intervento, in realtà fuori area, di Papastathopolus su Del Piero, il tecnico sibila: «C’è solo un’area di 25 metri in Italia». Dedicato a Roberto Bettega, dirigente bianconero, che lo aveva invitato a non mettere in naso nei fatti altrui.

Dopo il Triplete, il trasferimento al Real Madrid, ma cambia nulla. In un’intervista all’emittente Cope, diventata famosa per la frase «Dio deve avere un’ottima opinione di me»)chiarisce: «Sono il tipo di persona che si dedica forse troppo alla sua squadra per allenare una rivale: non posso allenare la Juve dopo aver vestito la maglia dell’Inter». Nemmeno al Chelsea i toni non si attenuano, anzi una domanda sull’interesse per Pogba diventa assist per una stoccata ad Allegri: «Non posso parlare di un giocatore della Juventus: so che Allegri ha parlato per tutta l’estate di Oscar e Ramires, ma io non lo farò». E torna in mente la polemica sulla Panchina d’Oro: lo Special One ha da ridire sulla premiazione di Max che ha una reazione Zen («Deve farmi un bel po’ di battute prima di farmi innervosire»), ma nel tempo dilapida pazienza: «Ogni tanto è patetico, ripete sempre le stesse cose e diventa banale».

Dal Chelsea al Manchester United, e il sorteggio di Champions rimette i rivali di fronte: a Old Trafford, dove la Juve vince con gol di Dybala, Mourinho ricorda polemicamente il triplete, mostrando tre dita ai tifosi bianconeri che gli dedicano cori offensivi, al ritorno ribalta il risultato nel finale e sfida lo Stadium portando la mano all’orecchio. «Ho sbagliato – dirà –, ma hanno insultato per 90’me e la mia famiglia. Era solo un gesto per dire “non voglio sentirvi più”: io non ho offeso, loro sì. Nei 90’ dimentico di essere stato all’Inter, loro non hanno dimenticato». L’ultima a marzo scorso, dopo l’eliminazione della Juve in Champions: l’allenatore commenta con emoticon ripetute di applausi il post del Porto che celebra un successo «para a historia», forse lo muove solo il tifo per i Dragoes, forse no. In controndenza solo i complimenti a Bonucci e Chiellini: «Sono da Harvard». —



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