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La terza vita di Jack passata da Padova: «Porto in giro le storie di chi batte il tumore per non mollare mai»

Giacomo “Jack” Sintini

L’ex pallavolista Giacomo Sintini e il sostegno alla sua associazione. «Quando i medici mi dicevano cosa fare, eseguivo. Come con i coach»

PADOVA. La seconda, anzi la terza vita di Giacomo Sintini è passata da Padova. No, non dalla Kioene Arena, anche se alla formazione di Jacopo Cuttini non avrebbe fatto male un palleggiatore del talento di Jack. Ma questa è un’altra storia. La nostra, di storia, ci porta lontano dal campo ma molto vicino ai valori sportivi più autentici.

La settimana scorsa Sintini è stato a Casa Tormene, a Selvazzano, ospite di Studio Necchio. La società di consulenza fiscale e del lavoro, una delle più dinamiche e in crescita del territorio, si è innamorata della vicenda dell’ex pallavolista e ha deciso di sostenere con una donazione la sua associazione. Per questo Sintini ha passato un’intera mattinata con i dipendenti di Studio Necchio.

Un incontro di formazione, lavorativa ma soprattutto di vita, durante il quale ha raccontato la sua carriera, la sua battaglia, i suoi sogni. Lui che ha giocato per più di un decennio in Serie A e ha vinto l’Europeo con la Nazionale, prima di doversi fermare a causa di un tumore devastante che ha sconfitto in un anno, riuscendo a tornare in campo e vincere un altro Scudetto.

Oggi, a dieci anni esatti da quella terribile diagnosi, Sintini porta in giro per l’Italia il vessillo della sua associazione, fondata con lo scopo di raccogliere fondi per la ricerca su leucemie e linfomi e per l'assistenza in campo onco-ematologico. E che ha un bisogno costante di eventi come questo, di partner e visibilità, per diffondere un messaggio unico.

Giacomo “Jack” Sintini nella foto di gruppo con i dipendenti dello Studio Necchio nel corso del suo incontro a Selvazzano

«La comunicazione svolge un ruolo fondamentale», conferma Sintini. «Perché non possiamo permetterci di restare nell’ombra, dobbiamo farci conoscere e mostrare qual è il nostro intento, cosa facciamo con il denaro raccolto e quali sono i nostri progetti. La raccolta fondi a favore della ricerca resta un caposaldo ma non e l’unico. I nostri obiettivi ci portano ad abbracciare anche altri orizzonti».

Quali?

«Tutto è partito dall’enorme senso di gratitudine che io la mia famiglia abbiamo avuto per medici, infermieri e volontari che si sono presi cura di me. Ero malato e ho ricevuto un grande aiuto, per niente scontato. Un aiuto decisivo per la mia guarigione che mi ha portato a voler fare qualcosa per restituire, anche solo in piccola parte, quanto avessi ricevuto. Così ho fondato l’associazione, pensando a quello che avrei potuto fare di concreto per dare una mano. E mi è venuto in mente un aspetto che mi era davvero mancato nel periodo della malattia».

Ovvero?

«Conoscere da vicino le storie di chi ce l’ha fatta. Quanto avrei voluto che qualcuno fosse entrato nella mia stanza d’ospedale, si fosse seduto ai piedi del letto e mi avesse raccontato che aveva vissuto quello che stavo vivendo io ma ne era uscito, era guarito ed era anche tornato a praticare sport a livello agonistico. Mi avrebbe dato ancor più carica. Sono convinto che quando ti trovi a dover affrontare una grave malattia, devi giocare una partita su tre fronti: il campo medico-scientifico, il campo fisico e il campo emotivo. Ed è su quest’ultimo che possiamo incidere».

Con la sua associazione cosa fa di concreto su questo fronte?

«Cerco di portare in giro le storie di chi ce l’ha fatta, il racconto dalla viva voce di chi è guarito. Quando hai una grave malattia ti si azzera la prospettiva del futuro. Ed è l’aspetto più pesante che ci sia, perché tutti noi viviamo di stimoli e traguardi da raggiungere. Ma non puoi affrontare un dramma senza avere una prospettiva futura, per questo è fondamentale la condivisione di un’esperienza comune per trarre motivazioni e speranze vitali alle quali aggrapparsi».

Lei parla di storie, al plurale. Quindi durante gli incontri non racconta solo la sua avventura personale?

«Assolutamente no. Sono sempre alla ricerca di nuove testimonianze perché le reputo fondamentali. È ovvio che parlo anche della mia storia, che è sicuramente unica e appassionante, ma da sola non basterebbe. Anzi, qualcuno potrebbe crearsi un alibi e pensare: “va beh, ma lui è uno sportivo di alto livello, è una cosa irripetibile...”. E invece no, gli alibi sono sciocchi. Per questo voglio portare in giro i racconti di tutti, di bambini, famiglie o anziani. Ognuno ha una storia personale e unica in grado di ispirare altre persone ad affrontare un percorso difficile ma dal quale si può uscire».

Nel suo racconto personale quanto spazio c’è per lo sport?

«Tantissimo. Essere uno sportivo professionista mi ha aiutato molto nell’affrontare la malattia. Ho dedicato 24 anni della mia vita allo sport di alto livello e ho cercato di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. Quelli di tenere duro durante le difficoltà, di non esaltarsi per i successi né deprimersi per le sconfitte. Lo sport mi ha dato una disciplina per preparare le partite e io ho trasferito questo metodo nel mio percorso di cure. Quando i medici mi dicevano cosa fare io eseguivo senza chiedermi perché. Proprio come con un allenatore. Loro ne sanno più di me e io dovevo solo ascoltarli e lavorare a testa bassa. Poi, per vincere, in tutti i campi, serve anche essere fortunati. Ma la fortuna non la si può controllare, il resto sì. Ed è su questo che si deve lavorare, nello sport come nella vita. 

La carriera

Giacomo Sintini, per tutti Jack, è un ex pallavolista italiano, nato in Romagna, a Lugo, il 16 gennaio 1979. Ha iniziato a giocare a pallavolo a 14 anni, dopo una grande crescita fisica che l’ha portato ad abbandonare il calcio.

Esordisce nel 1998 con il Porto Ravenna, mentre nel 2001 vince il primo trofeo, la Supercoppa Italiana, con la maglia della Sisley Treviso, la società che gli ha dato lo slancio verso i grandi traguardi. Nello stesso anno esordisce con la Nazionale maggiore. Viene convocato anche per l’Europeo del 2005, vincendo la medaglia d’oro con la selezione guidata da Giampaolo Montali, che resta a tutt’oggi l’ultimo trionfo continentale degli azzurri del volley.

Nel 2006 arriva anche il primo Scudetto con la maglia di Macerata, prima del ritorno a Perugia, città nella quale si trasferisce dopo aver conosciuto la moglie Alessia.

Il primo giugno 2011 gli viene diagnosticato un tumore al sistema linfatico che lo costringe a interrompere l’attività e a rinunciare all’esperienza all’estero in Polonia. Ma nel giro di un anno supera la malattia e l’8 maggio 2012 ottiene nuovamente la certificazione d’idoneità alla pratica sportiva agonistica.

Torna così a giocare in Serie A e con Trento vince il suo secondo Scudetto. Ritiratosi nel 2015, ha fondato l’Associazione Giacomo Sintini con l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca su leucemie e linfomi e per l'assistenza in campo onco-ematologico. In parallelo lavora come formatore per le aziende.

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