Lotta greco-romana, per Victor Carabet combattere è uno stile di vita: vince con un rene solo 

Nato in Moldavia 34 anni fa, gareggia per il Cus Padova: a Ostia il suo primo titolo tricolore. Ha ottenuto la cittadinanza nel 2020

PADOVA. Victor Carabet lotta. Lo fa da quando era piccolo e abitava a Chisinau, la capitale della Moldavia, il suo Paese d’origine. Continua a farlo oggi, a 34 anni, atleta di punta del Cus Padova lotta greco-romana. E sul fatto che abbia talento non ci sono dubbi, tant’è che negli scorsi giorni ha festeggiato la vittoria ai campionati italiani di Ostia, nella categoria 72 chilogrammi. Bella storia la sua, che trasuda sacrifici e passione.


Da quanto tempo è in Italia, Victor?


«Sono arrivato nel 2006, dopo aver fatto domanda per il ricongiungimento familiare. Mia mamma lavorava a Napoli dal ’98, all’inizio come badante, poi in un’impresa di pulizie. Io sono rimasto con lei un paio di mesi, poi ho raggiunto alcuni cugini che abitavano a Padova e che mi hanno trovato un impiego. Avevo vent’anni».

Cosa faceva per vivere?

«Ho cambiato diversi lavori, perché la cooperativa a cui ero iscritto mi ha mandato in più posti: sono stato magazziniere, operaio in fabbrica e poi autista, l’occupazione che svolgo ancora adesso. Sono corriere per la Magris, una grossa azienda che produce detersivi e prodotti professionali di pulizia».



E nel frattempo si dedica alla lotta.

«Ho ricominciato quando ho scoperto la palestra di via Corrado. La prima soddisfazione è arrivata nel 2008, quando ho vinto la Coppa Italia, ma nel 2011 mi sono dovuto fermare, dopo un brutto incidente in montagna: sono caduto il giorno di Natale, nel corso di un’escursione in vacanza, dalle parti di Trento. Mi hanno dovuto operare, togliendomi un rene, il 31 dicembre».

E nonostante questo, non si è arreso.

«Da allora ho ripreso la mia vita normale. Svolgo regolarmente esami di controllo, ma, per fortuna, essendo ancor giovane il secondo rene si è ingrandito facendo anche le funzioni dell’altro. Con lo sport ho ricominciato con cautela, perché all’inizio non sentivo niente da una parte dell’addome e ho dovuto recuperare il tono muscolare. Ci è voluto più tempo per riprendere ad allenarmi seriamente, ma nel 2016 ho rivinto la Coppa Italia e nel 2017 sono di nuovo salito sul podio, al terzo posto, pur con un problema a una costola. E l’ho rivinta nel 2019, nell’ultima edizione prima della pandemia».



Quello di Ostia è il primo campionato italiano della sua carriera.

«Proprio così. Per partecipare serviva essere in regola con la cittadinanza. E io ho dovuto aspettare i 10 anni di residenza, più altri 3 per avere la risposta dal Ministero. Sono cittadino italiano dal 2020. È stata una trafila lunga, ma oggi sono davvero contento. Riguardo la gara, l’ho preparata in 3 mesi, perché prima, per le limitazioni sanitarie, in palestra non potevo andare. Mi alleno tutti i giorni, nel periodo delle gare anche mattina e pomeriggio. È stato così pure per questi campionati, approfittando del fatto che fossi in cassa integrazione. In periodi normali vado al Cus dopo il lavoro, prima di cena, di solito 2-3 ore, fino alle 21. Poi mangio e resto un po’ con i bimbi».

Famiglia numerosa...

«Ho tre figli. Quando sono rientrato a casa dopo la vittoria a Ostia era tardi, ma i piccoli erano in piedi e mi hanno festeggiato, accogliendomi con un cartello di bentornato con scritto “il nostro campione”. La più grande si chiama Victoria, ha 10 anni e fa ginnastica artistica. Il secondogenito, David, invece ne ha 8, fa lotta ed è bravo, tanto da essere premiato come miglior atleta nel 2019 in una manifestazione a Rovereto. Il terzo si chiama Daniil e ha 3 anni. Diana, mia moglie, è in Italia dal 2002, moldava anche lei. L’ho conosciuta a Padova, proprio grazie alla lotta».

Come?

«Era tra il pubblico a una festa moldava organizzata qui. Da noi, quando si fanno feste, si organizza sempre qualche torneo amatoriale di lotta nazionale moldava, che è una versione ibrida fra greco-romana e lotta libera. Tenete conto che nel nostro Paese è lo sport più popolare, come il calcio in Italia. Di solito c’è sempre qualche premio in ballo: in Moldavia in genere vinci un animale, una pecora o un gallo. Quella volta ricordo che era in palio un prosciutto. Ma la vera vittoria è stata conoscere lei. Abbiamo iniziato a frequentarci nel 2008. Al momento è casalinga, ma ha studiato ragioneria al “Calvi” e in passato ha lavorato nella segreteria di uno studio legale e in una pizzeria. Con i figli piccoli si è dovuta fermare, ma sta frequentando un corso di aggiornamento di ragioneria, perché l’idea è di riprendere appena possibile, magari part time».

Da quanto non torna a Chisinau?

«Otto anni. Victoria c’è stata un paio di volte, mente David solo per il suo primo compleanno».

Che lingua si parla in casa Carabet?

«I figli fuori di casa parlano italiano mentre in famiglia ci esprimiamo in moldavo, ma stiamo cercando di insegnare loro anche il russo. In realtà i piccoli parlano pure in dialetto padovano, ma mia moglie quando li sente li sgrida dicendo: dovete imparare un italiano puro. Io comunque voglio che quando incontrano il nonno, che è rimasto in Moldavia ma ogni tanto viene a trovarci, si esprimano nella sua lingua». —



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