“Quarto Stadio”, la storia del calcio Padova il libro decretato il più completo del mondo



Qual è la squadra di calcio che ha vinto più Champions? Il Real Madrid. Quella più antica? Lo Sheffield. E quella che ha il libro di statistiche migliore? Il Padova. Ebbene sì, c’è una categoria dove i biancoscudati non hanno rivali e lo ha certificato la prestigiosa IFFHS (la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio) che ha decretato il volume “Quarto stadio” come il libro di storia e statistica migliore al mondo per un club calcistico. 28 anni fa, era la fine di ottobre del 1992, veniva stampata l’opera omnia del Padova: 2 volumi da 1000 pagine complessive, 5 chili e 20 grammi di peso, 4.600 copie stampate. Autori i giornalisti Fantino Cocco (scomparso 13 anni fa) e Paolo Donà, che ora ha 72 anni e si gode la pensione nella sua casa alla Guizza. Ripensando a un’impresa che lui stesso non esita a definire: «Da pazzi. Pazzi del Padova e della città di Padova, come eravamo entrambi. Di una cosa mi voglio scusare, però, con i lettori».


Prego.

«Mancano i calci d’angolo». Non ha perso il gusto della battuta Donà, mentre spiega come nacque l’idea. «Fantino Cocco era il mio capo e maestro. Durante le nostre trasferte al seguito del Padova era solito snocciolare aneddoti di ogni tipo, al che una domenica gli dissi: dovresti scrivere un libro. Non rispose, il giorno dopo mi telefonò: lo scrivo, ma lo faccio con te. Nacque “77 volte Padova”, edito nel 1987. Un bel lavoro, ma dopo un po’ di tempo pensammo che non bastasse. Volevamo fare qualcosa di mai visto prima». Ed ecco Quarto stadio...

«Ci sono tutti i tabellini di tutte le partite del Padova dal 1910 al 1992. I dati di tutti i giocatori che hanno indossato la maglia biancoscudata. Fino ad allora erano 800, abbiamo rintracciato le foto di tutti tranne che di otto. E poi statistiche, foto, documenti, articoli di giornale di tutti gli anni, e una cronistoria che si intreccia con le vicissitudini della cronaca cittadina nel secolo scorso».

Come mai questo titolo? «Per celebrare la costruzione dell’Euganeo che sarebbe stato il quarto stadio della storia del Padova. Il libro doveva essere pubblicato in contemporanea con l’inaugurazione dell’impianto di viale Rocco ma quando noi eravamo pronti l’Euganeo fu travolto dallo scandalo tangenti e così uscimmo prima noi. Corsi e ricorsi della storia, lo sapevate che anche la costruzione dell’Appiani fu al centro di grandi polemiche in consiglio comunale riguardo ai costi?».

Ma la scoperta più incredibile fatta da Donà e Cocco è un’altra.

«Fino alla fine degli anni ‘80 la data riconosciuta come fondazione del Padova era il 1913. C’era sugli almanacchi, era stampata nei gagliardetti dei tifosi. Poi, nelle nostre ricerche, trovammo un vecchio articolo di giornale che parlava della fondazione di questa società il 29 gennaio 1910. Incredibile. La conferma la ebbi quando da uno scatolone di cimeli consegnatomi da Alfredo Schiavo, all’epoca presidente del gruppo ex biancoscudati, trovai addirittura lo statuto fondativo. La prima cosa che feci è stata chiamare la Panini per aggiornali».

Tanto, chiamata più, chiamata meno.

«Ho calcolato che solo per questo libro ho fatto 12mila telefonate. Dagli ex calciatori, agli uffici anagrafi per rintracciare le foto. Per ricostruire i tabellini più antichi, che non c’erano sui giornali veneti, sono andato negli archivi dei quotidiani delle città avversarie. E poi mi sono recato 52 volte a Cavanella d’Adige dove vive uno dei più grandi statistici del calcio, Gabriele Crocco. Anche se la ricerca più suggestiva è stata un’altra».

Quale?

«Non riuscivamo a trovare la foto di Charles Adcock, attaccante inglese degli anni ‘40. Volevamo metterci in contatto con lui ma nessuno aveva notizie. Va ricordato che all’epoca non esistevano internet e i cellulari. Così chiamai una radio di Londra e feci mettere un annuncio di ricerca di quest’uomo. Poco dopo mi arrivò una sua lettera, dal quale traspariva l’orgoglio di essere ancora ricordato in Veneto».

Com’era la Padova calcistica degli albori?

«Vivace e turbolenta. Si dice che la violenza negli stadi sia andata sempre in crescendo, ma è un falso mito. C’era molta più violenza e meno fair play allora. Il mitico Silvio Appiani una volta fece ritirare la squadra per una discussione su una rimessa laterale. Feliciano Monti spaccò la faccia a un arbitro con un pugno. In un derby con il Petrarca scoppiò una rissa tra tifosi che culminò in un colpo d’arma da fuoco che ferì un quindicenne».

Il Padova ebbe da subito un grande seguito?

«Sì. Un dato su tutti: dalla fondazione dell’Appiani nel 1924 i tabellini non riportavano mai il numero di spettatori, perché era normale fare il tutto esaurito di 9.800 posti».

Quanto ci avete messo a scrivere l’opera?

«Poco più di due anni. Decisivo è stato il legame che mi univa a Cocco. Mi ha insegnato tanto, era un personaggio all’apparenza duro e brusco ma di una bontà infinita. Litigavamo spesso ma sapeva chiedere scusa e non portava rancore. Eravamo migliori amici e confidenti».

Il libro è ancora in commercio?

«No, tutto esaurito e una delle ultime soddisfazione è stato vederlo rilanciato all’asta su E-Bay».

Il riconoscimento più importante?

«Spedimmo una copia a tante società calcistiche e un giorno mi chiamò un avvocato di Berlusconi. Disse che al Cavaliere era piaciuto molto ed era pronto ad affidarmi la scrittura di un volume identico sul Milan. Declinai con una battuta: “Non posso, sono interista”. Per farlo, all’epoca, avrei dovuto lasciare il lavoro da giornalista e trasferirmi a Milano. Ogni tanto ci penso, con un po’ di rimpianto». —

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