Petrarca, Marcato: "Ora le basi per un ciclo"

Prima squadra, Serie A e Under 18 lavoreranno in sinergia tecnica.  Toffano scaramantico festeggia in pizzeria, ma prepara un evento

Rugby. La festa del Petrarca per il tredicesimo scudetto

PADOVA. Domenica in famiglia, con la moglie Diletta e la figlia, passata nel verde di Selvazzano a veder giocare a calcio un amico: la flemma di Andrea Marcato non cede neanche dopo le montagne russe di adrenalina della finale. Non festeggia la vittoria in famiglia? «Non sono andato a letto tardi, ho riposato. Mia figlia mi ha portato un disegno: ci sono io con Fadalti e Menni con le medaglie al collo».

“Menni” è Andrea Menniti Ippolito, l’uomo in più di questo Petrarca, quello del sigillo finale, un drop da 42 metri per andare oltre il break sul 19-11 e spegnere le illusioni residue al Calvisano. Per Marcato, da giocare mediano d’apertura in “purezza”, è stato un anno di scelta nella staffetta alla maglia numero 10 Menniti-Rizzi, fra uno dei leader e il talento azzurro Under 20.

«Menni è esploso quest’anno e la squadra gira intorno a lui, Antonio è incredibile e troppo severo con se stesso. Vuole sempre di più, ed ha l’istinto di attaccare sempre: ricordiamo che appena entrato dalla panchina nel derby con Rovigo abbiamo segnato tre mete in 10 minuti».

Si dice “squadra che canta, squadra che vince”. E questo è sembrato sentendo sabato salire il coro dagli spogliatoi e poi alla festa: una hit remixata di “Ma quando torno a Padova” del suo omonimo Marcato. Un inno perché anche alla prima nota tutti scattano in gruppo. E poi lei subito dopo la partita ha ricordato che il segreto di questo Petrarca è aver preso dei ragazzi e ora ritrovarli adulti, dei fratelli.

Come nasce e com’era la situazione prima? «Nasce a settembre a Baia Domizia, una sera ho diviso i ragazzi per gruppi e dovevano fare delle scene legate a Padova. Il gruppo di Saccardo ha portato questa canzone, hanno cantato ma quando torno a Padova. Quando ho iniziato ad allenarli la squadra era divisa in gruppetti, non c’era comprensione e stima reciproca. Magari sì pubblicamente, poi nel privato... Il problema principale era quello. Io stesso ho scelto di avvalermi di uno psicologo dello sport e poi, diventati amici, l’ho portato al campo. Con i ragazzi siamo andati anche in piscina alla Y-40 dopo la semifinale con le fiamme. È stato bello, ci hanno istruito e insegnato esercizi di rilassamento. Poi tutti dentro. Ho visto Lamaro scendere sino a 33 metri al primo colpo».

Adesso da dove si riparte? Se nel 2011 lo scudetto parve e si confermò un exploit, questo invece può porre le basi di un ciclo? Inoltre quattro under 20 dopo il 6 Nazioni under 20 partono per il Mondiale, 8 giocatori sono convocati alla Nations Cup con gli Azzurri emergenti. Lei, intanto, è confermato? «Non ne abbiamo parlato, ho l’idea di rimanere almeno un paio di stagioni. Sono legatissimo al club. Farema una sinergia fra prima squadra, serie A e Under 18, un unico verbo tecnico». Come una franchigia in sostanza e poi c’è la coppa Europea? «Certo. E se devo dire, l’unico neo della stagione è stata la sconfitta a Heildeberg. Anche se tre partite in più assieme ai playoff sarebbero state difficili da gestire». Mai avuto paura di perdere sabato? «Paura no. Poi Menni s’è inventato quel drop...». Messaggi particolari? «Quello più gradito è arrivato da Vittorio Munari: “bravi” ha scritto. Mi ha fatto piacere». Il rinnovo c’è come per lo staff, per bocca del presidente Enrico Toffano, fortunato a vincere nel 2011 al primo anno e ora al primo tentativo di una scommessa tecnica trovata in casa. «Staff confermato, forse novità in ambito societario. Intanto pensiamo a festeggiare. Sabato non avevamo preparato nulla, tanto per non sbagliare, come fecero nel 2011 a Rovigo. Sono finito in pizzeria con Banzato e Bonaiti. Ma ci sarà un evento per fine mese».
 

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