“Noi, picchiati in corsia”: storie di infermieri aggrediti in ospedale. In un anno 130 mila casi noti e 125 mila mai denunciati

Il primo rapporto sulle aggressioni agli infermieri curato dalla Fnopi. La presidente Mangiacavalli: «Da eroi del Covid a vittime invisibili. Serve subito l’inserimento nella categoria dei lavori usuranti»

Nei suoi 17 anni in pronto soccorso, Andrea Zanella – infermiere 43enne di stanza a Varese – ha subito «decine di aggressioni, verbali e fisiche». Di quest’ultime, due in particolare sono quelle che lo hanno segnato. «La prima – racconta a La Stampa – fu da parte di un paziente psichiatrico che mi rovesciò una barella sul piede rompendomi un dito: la prima frattura della mia vita. Lo denunciai, perché era un caso molto particolare e mi sentii di fare questa scelta». Il secondo, invece, rimase solo nella sua storia personale: «Quella volta fu un ragazzo in preda agli effetti degli stupefacenti ad aggredirmi: mi misi in mezzo per evitare che continuasse a picchiare i suoi genitori e lui, per liberarsi dalla mia presa, mi colpì con un calcio al collo. Mi dettero 70 giorni di riposo a casa e anche la fisioterapia riabilitativa. Ma preferii non denunciarlo». D’altronde, racconta Zanella, «questi episodi per noi infermieri sono all’ordine del giorno. Li consideriamo, diciamo così, “danni collaterali” del nostro lavoro e tanti, tantissimi colleghi, piuttosto che denunciare preferiscono farsi un pianto a fine giornata sperando che il giorno dopo sia migliore di quello appena trascorso. Ma siamo tutti consapevoli che ogni giorno almeno un infermiere sarà aggredito mentre sta facendo il suo lavoro», spiega Zanella. 

Da Nord a Sud aggressioni in tutta Italia
La cronaca racconta di episodi di aggressioni da Nord a Sud: qualche giorno fa al pronto soccorso dell'ospedale di Battipaglia, in provincia di Salerno, un infermiere è stato aggredito dal marito di una paziente. Lo scorso 29 aprile all’ospedale  di Giannettasio di Corigliano Rossano, in Calabria, i parenti di un paziente hanno preso a schiaffi i sanitari, che poi li hanno denunciati. A Brindisi, il 30 gennaio un medico e un infermiere sono stati presi a calci e pugni dal padre e figlio di una donna deceduta: ora sono ai domiciliari. Il 27 gennaio a Policlinico di Milano un paziente ricoverato per Covid ha colpito con una testata in faccia un infermiere, che lo ha poi denunciato. E ancora: il 2 gennaio un commerciante di Cagliari ha schiaffeggiato e colpito un infermiere del triage dell’ospedale del capoluogo sardo. Ma la lista è lunga, lunghissima.

I numeri del primo rapporto sulle aggressioni in corsia

Lo conferma il primo rapporto di CEASE-it (Violence against nurses in the work place), conclusa ad aprile 2021 e svolta da otto università italiane – di cui è capofila l’Università di Genova – su iniziativa della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). E che parla di circa 130 mila professionisti che, nell’ultimo anno, sono stati vittima di violenza nel corso del loro turno di lavoro: una cifra pari a quasi il 33 per cento, cioè un infermiere su tre. E questi sono i numeri delle violenze di cui si ha contezza. Perché, si legge nel rapporto, in realtà c’è un mondo di violenza sommersa di cui è difficile essere a conoscenza: secondo la ricerca, ci sono stati 125 mila casi di aggressioni “sommerse” di cui, nel 75 per cento dei casi, sono state vittime le donne

Per Barbara Mangiacavalli, presidente della Fnpi, «per restituire dignità all’attività professionale e per garantire la sicurezza degli infermieri durante l’orario lavorativo, è urgente inserire questa professione tra le categorie usuranti, mentre ora è riconosciuta soltanto la classificazione tra i lavori gravosi. Lo studio - aggiunge Mangiacavalli, – descrive le caratteristiche degli episodi di violenza e individua i fattori predittivi e le cause. I correttivi di cui c’è bisogno derivano da qui. E su queste basi sarà sicuramente più immediato il lavoro dell’Osservatorio di tutte le professioni che il ministero della Salute coordina, anche per organizzare la formazione».

Ma non è finita qui: «Ogni anno – chiarisce la Fnopi – l'Inail registra 11 mila casi di violenza denunciati come infortuni sul lavoro e di questi 5 mila sono infermieri. Un dato che rende gli infermieri la categoria più soggetta a questo fenomeno, ma ai numeri ufficiali bisogna anche aggiungere il sommerso di 125 mila vittime che non hanno denunciato».

«Lo studio ha dimostrato che gli infermieri conoscono i tratti e le caratteristiche di un potenziale comportamento di aggressione fisica o verbale; tuttavia per varie ragioni non riescono a intercettare e prevenire questi episodi», spiega la professoressa Annamaria Bagnasco, dell’Università di Genova, coordinatrice della ricerca. «Una delle concause dimostrate dallo studio – chiarisce – è la comunicazione inadeguata che avviene tra il personale e l’assistito e/o l’accompagnatore; tuttavia, i processi comunicativi sono ampiamente influenzati dall’ambiente di lavoro, dallo staffing e dal benessere dei professionisti. In questo momento lo studio sta fornendo ulteriori dati, su cui stiamo lavorando, per mettere in correlazione lo staffing, il benessere degli operatori e il benessere dei professionisti con gli episodi di aggressione, al fine di poter ipotizzare i fattori predittivi di questi eventi», conclude Bagnasco.

La carenza strutturale di personale sanitario
Su queste dinamiche pesa la carenza di infermieri negli organici: un’assistenza efficiente si ha con un rapporto infermiere paziente 1 a 6 ma, allo stato attuale, il rapporto è 1 a 12. Secondo la Fnopi, in base agli standard previsti del cosiddetto 'DM 71' (la delibera del 21 aprile 2022 del Consiglio dei ministri), occorre aumentare l’attuale organico con 70 mila infermieri aggiuntivi. Con l'attuale carenza si restringe pericolosamente il tempo di cura oppure si aumenta la possibilità che l’infermiere precipiti in una condizione di “burnout” che tocca un infermiere su tre. A ciò bisogna aggiungere che il 10,8 per cento di chi ha subito violenza, presenta danni permanenti a livello fisico oppure psicologico. Per comprendere le drammatiche proporzioni del problema, è utile un raffronto: il 46 per cento degli infermieri ha subito violenze durante l’esercizio della professione, i medici si attestano al 6 per cento.

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