Covid, un anno con il vaccino

Il 25 dicembre l’arrivo delle prime dosi, poi la campagna tra hub e scuole. In Italia oltre 107 milioni di iniezioni

Chi si ricorda della signora Margareet Keenan da Enniskillen, Irlanda del Nord? Noi non l’abbiamo mai dimenticata. Era l’8 dicembre del 2020, all’ospedale di Coventry, in Gran Bretagna, la prima cittadina di questa parte fortunata del mondo, una pensionata di 91 anni con addosso un cardigan grigio e una maglietta azzurra con sopra scritto Merry Christmas, riceveva una dose di vaccino contro il Covid. Fu un giorno di festa e di sollievo, ma fu anche un giorno di grande tormento. Perché l’Italia avrebbe dovuto aspettare ancora, e a quel punto aspettare ulteriormente sembrava proibitivo.

L’impazienza per i vaccini era tale che le prime immagini furono dei furgoni neri al valico del Brennero: 25 dicembre 2020, data che subito qualcuno si affrettò a bollare come simbolica. Ma fu proprio quel furgone partito dal Belgio, fermo sulla neve ghiacciata al confine italiano, a inaugurare il primo anno dei vaccini. Un anno pazzesco.

Ecco il comunicato ufficiale del 27 dicembre 2020: «La professoressa Maria Rosaria Capobianchi, l’infermiera Claudia Alivernini e l’operatore sociosanitario Omar Altobelli sono stati, alle ore 7.20 di questa mattina, i primi in Italia a ricevere il vaccino anti-Covid all’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma». L’Europa volle intitolare una giornata allo spirito comunitario: un inizio condiviso, così come insieme erano state acquistate le dosi dei vaccini dai diversi produttori. In quella giornata inaugurale, in Italia furono somministrate 9.750 dosi: medici, infermieri e anziani ospiti delle Rsa. Tutti, tranne uno: il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Fu il primo a tagliare la coda, sicuramente non restò l’unico. In quelle settimane il tema era questo: a chi tocca?

Si discuteva di quali categorie professionali potessero averne diritto prima delle altre, mentre si procedeva disordinatamente regione per regione. Sì agli avvocati della Toscana, forse ai giornalisti della Campania. Intanto si lasciavano indietro persone fragili e anziane. Era il regno del commissario Domenico Arcuri. Aveva fatto la presentazione delle Primule progettate dall’architetto Stefano Boeri, che sarebbero dovuti essere dei padiglioni per la vaccinazione costruiti dal nulla: «Come dei fiori queste strutture sbocceranno nelle città italiane». Un incubo, almeno questo, che non si è realizzato.

Erano giorni di urgenze e di disastri comunicativi. L’Italia aveva scelto di puntare sul vaccino Astrazeneca, quello con più effetti avversi. Quello che veniva raccomandato a età diverse, in una continua rettifica della raccomandazione precedente. E il professor Andrea Crisanti che aveva fatto scalpore dicendo che il primo vaccino, a gennaio, senza dati, non lo avrebbe fatto, il 2 gennaio si era vaccinato in diretta Facebook dall’ospedale di Padova. Erano giorni, quelli, anche di invidia. Sei vaccinato?

Il 26 gennaio cade il governo Conte bis. Alle 19 di quello stesso giorno, a un mese dall’inaugurazione della campagna vaccinale, l’Italia ha somministrato 1 milione 525.612 su 1 milione 853.457 dosi consegnate, percentuale dell’82%. Non c’era la variante Delta più contagiosa, e nemmeno esisteva la variante Omicron molto più contagiosa ancora: i nuovi casi erano stati 10.593, i morti 541. Qualcuno dice che c’è sempre un eccesso di retorica o di ruffianeria nel commentare l’operato del generale Francesco Paolo Figliuolo. Però le cose da marzo in avanti sono cambiate. Esperto di logistica militare, Figliuolo ha ottimizzato la catena di distribuzione dei vaccini e inaugurato hub vaccinali in strutture già esistenti. Altro che primule: palasport, palazzi dei congressi, caserme, scuole, luoghi di lavoro. Poi ha imposto di seguire il criterio anagrafico come unico criterio di priorità. Dai più anziani a scendere. Molti capirono allora, in quella primavera, che vaccinarsi non era solo un privilegio ma un rito civile. Come andare votare. Era mettersi in fila per un bene comune. Il 6 giugno in Italia si registra il record di vaccinazioni: 598 mila somministrazioni in un giorno. Sembrava un’estate quasi felice. Le riaperture: cinema, teatri, stadi. I ristoranti, i viaggi. L’Italia ai primi posti in Europa per numero di vaccinati, l’Italia modello per gli altri paesi. L’Italia a colori, il Green Pass. Mentre andava in scena il talk permanente che contrapponeva i virologi a No Vax. Mentre il virus mutava e moltiplicava la sua capacità di infettare.

A luglio si capisce che la seconda dose perde di efficacia. L’Italia ha un vantaggio, ma la campagna per la terza dose parte a rilento. E adesso siamo ancora qui. In coda, ad aspettare il turno, all’inizio di un nuovo anno. I virologi che cantano in coro «sì sì vax» sulle note di Merry Christmas, i negazionisti che annunciano nuove proteste. Mercoledì 22 dicembre 2021: 36.293 nuovi casi, 146 morti. Totale vaccini somministrati: 107.165.683.

Per qualcuno questo è il giorno della marmotta, cioè tornare sempre allo stesso identico punto di partenza. Per altri questo è il migliore dei giorni possibili, date le condizioni. Sognavamo che il vaccino fosse lo scudo perfetto, resta l’arma più efficace. La fine della storia non è nota. Ecco la sintesi estrema: non si conosce niente altro che l’oggi. È stato questo l’anno del vaccino. Dover imparare a stare nel tempo presente. Fare ogni giorno il massimo per quel giorno. Oggi in Italia siamo alla terza dose, Israele è alla quarta, in Africa solo l’1,6 per cento della popolazione ha ricevuto due dosi di vaccino.

Ps. La signora Margareet Keenan ha compiuto 92 anni, a settembre ha ricevuto il booster. Intervistata nel giorno in cui ricorreva l’anniversario della prima vaccinazione, ha detto: «Per favore, per favore, prendi il vaccino perché salverà la tua vita e la vita dei tuoi amici e dei tuoi familiari. Non pensarci, vai e fallo, fallo e basta!»

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