Birmania, la strage continua: dall’inizio del golpe 598 vittime

Nel silenzio della comunità internazionale, solo il 7 aprile sono state uccise 12 persone. Secondo l’associazione per l’assistenza ai prigionieri politici sono in carcere 2.847 persone. Occupata l’ambasciata a Londra

Il bilancio dei morti dall'inizio delle proteste anti golpe in Birmania sfiora quota 600 persone: lo riporta l'Associazione per l'assistenza ai prigionieri politici (Aapp). Secondo l'organizzazione no profit per la difesa dei diritti umani, che ha sede in Thailandia, sono nella giornata del 7 aprile sono state uccise 12 persone, mentre altre cinque che avevano perso la vita nei giorni scorsi ma non erano state conteggiate sono state aggiunte al totale: i nuovi dato portano il totale delle vittime a quota 598. Attualmente, inoltre, 2.847 persone sono in carcere.

Sempre ieri, intanto, l’ambasciatore birmano in Gran Bretagna, Kyaw Zwar Minn, ha denunciato l’occupazione della sede diplomatica nel cuore di Londra da parte di militari del suo Paese: “Quando sono uscito, i soldati hanno fatto irruzione all'interno dell'ambasciata e l'hanno presa. Hanno detto di aver ricevuto istruzioni dalla capitale, quindi non mi lasceranno entrare”. Il diplomatico, che ha più volte richiesto la liberazione di Aung San Suu Kyi e condannato il golpe, ha trascorso la notte in macchina. 

Intanto, la Commissione Affari esteri della Camera dei deputati ha approvato all'unanimità la Risoluzione proposta dal presidente Piero Fassino sulla crisi asiatica: il testo impegna il governo “a sostenere le iniziative assunte dalle Nazioni Unite e dall'Unione europea, anche ricercando un'azione comune con i Paesi asiatici, per fermare la repressione in Myanmar, per la liberazione di Aung San Suu Kyi e delle migliaia di persone arrestate e per favorire il ritorno a un sistema democratico".

Una presa di posizione arrivata nelle stesse ore in cui Amnesty International ha denunciato la presenza di proiettili italiani nel Paese. “Sono stati rinvenuti bossoli di proiettili made in Italy e da qualche giorno ci stiamo chiedendo come mai sulla scena delle repressioni ci siano bossoli di proiettili prodotti da un'azienda di Livorno. Abbiamo fatto delle ricerche con i nostri partner” e “più o meno la filiera è stata ricostruita, con una triangolazione che dovrebbe aver visto al centro la Turchia - destinataria di queste munizioni da parte dell'azienda italiana - che poi avrebbe successivamente fornito queste munizioni alle forze armate della Birmania” ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, durante la conferenza stampa di presentazione del Rapporto 2020-2021 dell'organizzazione che poi ha aggiungto: “Gli standard internazionali in materia parlano molto chiaro, le aziende che esportano e i governi che autorizzano le esportazioni hanno la responsabilità di capire dove vanno le fanno le loro forniture. E da questo punto di vista continuiamo a chiedere all'azienda Cheddite di Livorno e al governo italiano di fornire informazioni”.

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