Stanno di nuovo uccidendo Giulio, la verità ora è palese

Lo stanno ammazzando un'altra volta. Dopo quattro anni di ostacoli, omertà e depistaggi, il regime egiziano accoglie con il silenzio le clamorose verità emerse dall'inchiesta dei magistrati italiani sulla tragica fine di Giulio Regeni. E la giustizia egiziana? Tace, latita, e addirittura si rifiuta di collaborare con la Procura di Roma. Ma adesso di quella vicenda dolorosa si sa tutto, e non si può più fare finta di niente. Si sa che nel gennaio di quattro anni fa Giulio è stato pedinato, fermato, sequestrato, incatenato, interrogato, ucciso dai militari della Sicurezza nazionale egiziana. Si sa perfino il numero della stanza dell'edificio della polizia - la 13 - dove il ragazzo è stato torturato fino alla morte. Dei suoi cinque aguzzini, che naturalmente hanno fatto perdere le loro tracce, i pm italiani conoscono nome e cognome, e chiederanno di mandarli a processo. Sulla base di prove e testimonianze inoppugnabili. E si sa anche, quindi, che ogni ipotesi fin qui suggerita dalle autorità egiziane era infondata, cinicamente costruita a tavolino, falsa. Ricordate? Prima la storia dell'incidente stradale, poi la rapina finita male, infine la pista sessuale... Tutte invenzioni.

Ora la verità è sotto gli occhi di tutti. Ma non sarà affatto facile costringere l'Egitto a prenderne atto. E non solo perché a questo punto è in discussione la credibilità stessa del regime. La verità è che Abdel Fatah al Sisi si sente sicuro, blindato. Dalla geopolitica e dal business. Per l'Italia, infatti, l'Egitto è un partner importante, ai primi posti per interscambio commerciale. In Egitto opera con grande successo l'Eni le cui scoperte di giacimenti di gas, tra l'altro, consentono all'economia egiziana di crescere. E all'Egitto stiamo pure vendendo navi militari e da guerra per miliardi. Poi c'è il capitolo migrazioni, nel quale il Cairo potrebbe svolgere un ruolo decisivo. Per non dire della questione Libia, dove Al Sisi gioca ora sul fronte opposto al nostro, cioè dalla parte di Haftar, ma ogni tanto lascia intendere di voler cambiare cavallo. Sa poi di essere protetto dagli Usa, grandi fornitori di armi destinate all'esercito egiziano, o almeno così è stato finora con Donald Trump. Da qualche giorno, però, il"New York Times", anche in relazione al delitto Regeni, non perde occasione per denunciare l'eccesso di tolleranza di cui gode Al Sisi. Chissà se la nuova amministrazione Biden avrà il coraggio di una svolta. Tacciono anche commissione e parlamento della Ue, che pure hanno avuto la forza, proprio in questi giorni, di ricordare a Polonia e Ungheria che appartenere all'Europa significa anche il rispetto dei diritti umani che sono a fondamento della sua storia, cultura, costruzione. Si dirà che l'Egitto sta dall'altra parte del Mediterraneo, e va bene, ma questo non significa che l'Europa non debba finalmente far sentire la sua voce. Forte e chiara. Se non altro per difendere un cittadino d'Italia, anzi d'Europa, sequestrato e massacrato da un governo riconosciuto.

 

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