Referendum, il sì del Pd può diventare un suicidio politico

Il Pd conferma il sì al referendum. Difficile potesse ripensarci, nonostante avesse votato più volte contro un taglio dei parlamentari che, così come viene proposto, senza alcun correttivo istituzionale che consenta un più efficiente processo legislativo e assicuri rappresentanza, non fa che soddisfare la diffusa voglia punitiva di molti italiani.

Non è un caso che elettori e autorevoli esponenti dell'area culturale e politica che vota per i dem, compresi alcuni illustri padri fondatori, siano per il no. Così come lo sono esponenti della maggioranza che hanno appoggiato l'ascesa di Zingaretti alla guida del partito. Ma, si sa, pacta sunt servanda, i patti devono essere rispettati, e quelli che hanno permesso il varo del governo giallorosso, lo prevedevano.

Il fatto è che i patti prevedevano anche altro. Per restare a una materia collegata in qualche modo al referendum, il contestuale varo di una legge elettorale che limitasse i sforbicianti effetti sulla rappresentanza che un voto trasformato in ordalia non mancherà di produrre. Gli stessi patti prevedevano il superamento dei decreti-sicurezza in salsa salviniana. Ma il Pd nulla ha ottenuto, causa resistenze che si sarebbero rivelate un bluff se solo qualcuno fosse andato, davvero, a vedere le carte.

Insomma, per garantire governabilità, il Pd, che a dispetto dei numeri è, nel bene e nel male, il vero muro portante del sistema politico italiano, trangugia tutto. Così, più che la numerosa e informe pattugliona dei peones pentastellati, scossi dal realizzare che non potranno più accedere, nei numeri attuali, nemmeno allo strapuntino della "casta" dove sono stati catapultati dall'italica lotteria dello sberleffo, è la leadership grillina, dopo aver rinunciato a molte istanze irrinunciabili, che ha tenuto il punto sul tema populista per eccellenza. Nel, vano, tentativo di trasformare un voto referendario, che si annuncia come un'ordalia, in nuova spinta propulsiva.

Per bilanciare il colpo, Zingaretti rilancia sul Mes, cercando di incassare un risultato, pur importante, che, però, non ripagherebbe il doppio gancio grillino su referendum e alleanze regionali. Schierarsi per il sì, per cointestarsi la vittoria e ridurre lo spazio dell'alleato-rivale, in nome di una legge elettorale ancora da venire, che potrebbe essere vanificata da una crisi politica accelerata dalla recrudescenza epidemiologica autunnale o da una pesante sconfitta alle regionali, non è il massimo. La perdita della Toscana, o della Puglia, dopo che i grillini hanno fatto una consultazione per aprire alle alleanze solo a futura memoria - la Liguria è come l'Umbria della tornata precedente, la cronaca di una sconfitta annunciata -, con la presenza di loro candidati determinanti per la disfatta, non sarebbe indolore per un Pd pur preso dal ruolo di "donatore di sangue".

Una scelta ammirevole in campo civico può essere suicida in campo politico.

 

 

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