Ecco le proposte per trattare le malattie delle valvole cardiache in tempi di Covid

La Società Italiana di Cardiologia Interventistica lancia l’allarme: rischiamo di sottovalutare i milioni di cardiopatici. Le proposte per migliorare la situazione
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I timori per la seconda ondata di Covid-19 rischiano di "spegnere" la piccola "ripresa" delle cardiologie e dell'assistenza ai pazienti con problemi di cuore. Il mancato accesso alle cure per problemi organizzativi o delle paure delle persone di andare in ospedale, con maggior rischio di disabilità e addirittura possibile riduzione dell'aspettativa di vita per alcune patologie in chi è ad alto rischio, può rivelarsi davvero problematico nel controllo delle patologie cardiovascolari. Blocco dei ricoveri programmati, differimento degli interventi in elezione, allungamento delle liste d'attesa, saturazione delle terapie intensive, riconversione dei reparti e timori, possono "pesare" sugli over 65, affetti da patologie strutturali dovute al deterioramento delle valvole cardiache.

A dirlo sono gli esperti della Società Italiana di Cardiologia Interventistica, che nel Congresso Nazionale presenta il suo Manifesto per la tutela del paziente cardiovascolare. "Lanciamo quattro proposte concrete volte a garantire un adeguato e tempestivo accesso alle cure per le persone cardiopatiche in era Covid-19 e per ridurne i tempi di ospedalizzazione - spiega a il Presidente del GISE Giuseppe Tarantini. Ripartiamo da un Piano Nazionale Cardiologico che favorisca una visione complessiva, pragmatica e prospettica per assicurare una gestione tempestiva e appropriata delle patologie coronariche e strutturali cardiache, sempre più priorità di politica sanitaria. Mettiamo in campo un modello organizzativo organico in grado di affrontare la situazione conseguente all'emergenza: investire per riportare alla normalità i tempi delle liste d'attesa, potenziando la struttura dei reparti e rivedendo le modalità di accesso alle strutture sanitarie, con percorsi dedicati ai pazienti cardiopatici. Destiniamo risorse alla tecnologia e all'innovazione, sfruttando in maniera appropriata le opzioni diagnostico-terapeutiche non invasive oggi disponibili, riportando a casa un paziente più sano e in tempi più brevi. Infine impegniamoci per un accesso equo alle tecnologie/terapie più avanzate per tutti i pazienti che potrebbero trarne beneficio, dando vita a un Fondo per l'Innovazione tecnologica (in analogia con quanto fatto per i farmaci innovativi) che ne sostenga l'adozione nella pratica clinica e riduca le disomogeneità di accesso tuttora esistenti".

La ripresa rischia di essere stroncata

La prima ondata di Covid-19 ha ridotto pesantemente, nel periodo di lockdown, le prestazioni per i trattamenti di emodinamica. Poi, piano piano, ci si stava riprendendo. "Una nostra survey su 130 Emodinamiche italiane che svolgono procedure di interventistica strutturale - fa sapere Tarantini - confermava a metà ottobre una ripresa delle attività comunque sotto il 50% rispetto al periodo di pre-lockdown. Anche sul fronte delle angioplastiche nei mesi della "ripartenza" dopo la prima ondata di Covid-19 rispetto al periodo "pre-Covid" c'è stata un'analoga contrazione, tra il 50 e 75% per il 40% dei centri. Le barriere che hanno impedito la ripresa delle attività sono, per il 45% dei centri, organizzative (disponibilità di posti letto e del personale), per circa il 30% legate alla gestione delle liste di attesa, il 35% ha evidenziato anche un minore flusso di pazienti derivante da restrittive indicazioni di accesso in ospedale, infine circa il 30% ha segnalato la paura di un contagio ospedaliero da parte dei malati. Una ripresa dunque, già fortemente parziale rispetto alla normale routine, ma oggi comunque bruciata dalla saturazione di molte terapie intensive, dalla conseguente riconversione dei reparti e dai nuovi più recenti provvedimenti di blocco dei ricoveri. Tutto questo con effetti potenzialmente disastrosi su un segmento di una popolazione tanto considerevole quanto fragile. Ricordiamo infatti che tra chi ha più di 75 anni sono 200.000 le persone colpite da stenosi aortica e circa 600.000 quelle alle prese con insufficienza della valvola mitrale".

Eppure i malati hanno bisogna di risposte, anche per essere meglio difesi nei confronti dell'infezione da virus Sars-CoV-2. "I pazienti con malattie cardiache pregresse - spiega il Presidente eletto del GISE Giovanni Esposito - nel caso di infezione da Covid-19 sono esposti ad un maggior rischio di complicanze cardiovascolari e di ricovero in terapia intensiva, e a una probabilità di decesso più che doppia (da 2 a 4 volte maggiore) rispetto a chi non ha problemi di cuore. Tra le co-morbidità riscontrate nei pazienti morti in Europa per Covid-19, le malattie cardiovascolari risultano al primo posto. Parliamo di patologie che portano a una riduzione marcata dell'aspettativa di vita, spesso a una disabilità anche con perdita dell'autosufficienza. Senza trattamento, circa la metà dei pazienti con stenosi valvolare aortica severa sintomatica muore entro 2 anni dalla diagnosi. I pazienti affetti da rigurgito mitralico severo, se non trattato, vanno incontro ad un rischio di mortalità del 57% a un anno. Le procedure percutanee che sostituiscono o riparano con tecniche mini-invasive le valvole cardiache danneggiate in tempo di Covid-19 sono pertanto strategiche: non solo impattano positivamente sulla mortalità e la morbilità, ma rispetto agli interventi che richiedono intubazione ed ecocardiografia trans-esofagea, presentano un rischio minore di infezione da Covid-19 per il paziente e per gli operatori, riducono i tempi di ospedalizzazione e il rischio di complicanze, migliorano considerevolmente la qualità della vita del paziente. Per tali ragioni è fondamentale che i centri di Emodinamica siano messi in grado di erogare queste prestazioni in maniera continuativa".

(FM)