Tumore dell’ovaio iniziale, individuate 3 categorie di rischio

(Crediti: Lua Valentia via Unsplash)
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È italiano il più grande studio mai condotto sul carcinoma ovarico in stadio I. La scoperta può aprire la strada a trattamenti su misura e contribuire alla diagnosi precoce
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Uno studio italiano - nonché il più grande mai condotto sul tumore ovarico precoce, in stadio I - ha individuato un meccanismo molecolare nel tumore ovarico in stadio I che potrebbe aiutare a prevedere le recidive e a scegliere le opzioni di cura ottimali per ciascuna paziente. E, in un futuro prossimo, anche a fare diagnosi più precoci. Il meccanismo si chiama instabilità cromosomica e la ricerca, coordinata da un gruppo di ricercatori dell'Humanitas di Rozzano (Milano) ed è stata pubblicata sullo European Journal of Cancer.

Come viene trattato il tumore ovarico al I stadio

Il carcinoma ovarico è una malattia che nell'80% dei casi viene diagnosticata allo stadio III e IV: individuarlo al I stadio è quindi relativamente raro. Tutti i tumori di stadio I oggi vengono trattati con l'asportazione chirurgica totale dell'ovaio - spesso dell'intero apparato riproduttivo - e nella maggior parte dei casi con la chemioterapia. Un trattamento standard, quindi, che per alcune rischia di essere eccessivo, ma attualmente non si dispone di marcatori per capire chi è più a rischio di recidiva e chi meno. Ed è esattamente in questa direzione che va il nuovo studio.

La scoperta dei cromosomi instabili

Gli autori della pubblicazione - ingegneri bioinformatici, biologi e medici guidati da Maurizio D'Incalci, a capo del laboratorio di Farmacologia antitumorale di Humanitas e professore di farmacologia di Humanitas University, e da Sergio Marchini, responsabile del Laboratorio di Farmacologia Molecolare e dell'Unità Genomica di Humanitas - hanno studiato le biopsie di 205 pazienti, tutte, come si diceva, al primo stadio di malattia. Così facendo, hanno scoperto, su un arco di tempo di 8 anni, che il genoma dei tumori ovarici è caratterizzato da tre diversi tipi di alterazioni strutturali.

Sequenziando il genoma tumorale, hanno visto che i cromosomi delle cellule cancerose tendono a essere stabili, instabili oppure altamente instabili, a seconda della tendenza a perdere o acquisire frammenti di altri cromosomi e a riarrangiarsi tra loro. E qui arriva la scoperta più importante: "Abbiamo osservato che ai tre differenti livelli di instabilità corrispondono tre categorie di tumore con prognosi differenti: i tumori con cromosomi molto stabili sostanzialmente non danno recidive, quelli con cromosomi molto instabili recidivano, e quelli con instabilità intermedia un po' recidivano e un po' no", semplifica D'Incalci.

Secondo gli autori è verosimile che le modificazioni strutturali siano una caratteristica comune a tutti gli stadi di malattia, non solo dello stadio I. Ora, se questo verrà confermato, la diversa instabilità cromosomica potrebbe essere utilizzata in futuro come nuova modalità di classificazione molecolare dei tumori ovarici.

Migliorare la definizione di rischio: un nuovo marker prognostico

Conoscere il grado di instabilità cromosomica, e utilizzarlo insieme ai dati istopatologici e clinici come marcatore prognostico, potrebbe migliorare già oggi la definizione del rischio di recidiva, secondo gli autori, e quindi contribuire a prendere decisioni terapeutiche più adatte a ciascuna paziente.

"I nostri risultati - riprende l'esperto - possono aiutare a migliorare la definizione di rischio, cioè darci un'indicazione sulla probabilità che la malattia si ripresenti: se il rischio di recidiva risultasse molto basso, si può ritenere la paziente probabilmente guarita con la sola chirurgia, e si potrebbe evitarle una chemioterapia aggiuntiva, con un sicuro miglioramento della qualità della vita. Oppure le si può risparmiare una resezione totale dell'apparato riproduttivo, optando per una chirurgia più conservativa. Se, al contrario, la probabilità che la malattia torni a colpire risultasse alta, le cure si potrebbero intensificare".

Il futuro: cercare l'instabilità nella biopsia liquida

Oltre a mettere a disposizione della comunità scientifica oncologica i metodi sviluppati per la caratterizzazione molecolare, il team di Humanitas sta applicando le conoscenze ottenute per sviluppare un sistema di monitoraggio del plasma delle pazienti con carcinoma ovarico.

"L'idea - riprende D'Incalci - è quella di capire se nel plasma si possano individuare le stesse alterazioni molecolari riscontrate nel tessuto tumorale con l'obiettivo di definire il rischio di recidiva. La sfida è grande, ma i dati preliminari che abbiamo ottenuto sono estremamente promettenti. Un'altra possibile applicazione di questi nostri risultati potrà essere il monitoraggio degli effetti delle cure nel tempo, con un prelievo potremmo capire se stanno facendo effetto oppure no".

Cercare nuovi bersagli per future terapie mirate

"Studiare un tumore al primo stadio - aggiunge Sergio Marchini - è importante per cogliere le alterazioni iniziali che sono essenziali per lo sviluppo della malattia. Queste conoscenze ci possono fornire elementi per nuove applicazioni terapeutiche. Caratterizzare a livello molecolare le prime fasi della crescita di un tumore, infatti, può farci individuare eventuali nuovi bersagli che possiamo colpire per ottenere un effetto antitumorale".

Il più grande studio sul tumore ovarico al I stadio

Lo studio di caratterizzazione molecolare dei ricercatori di Humanitas e dei loro colleghi è stato sostenuto dalla Fondazione Alessandra Bono Onlus e Fondazione AIRC, è - come anticipato - il più esteso mai pubblicato sul primo stadio. È stato infatti possibile solo attraverso la collaborazione di molti centri clinici e di ricerca italiani, tra cui l'Ospedale San Gerardo di Monza, l'Ospedale Sant'Anna e Università di Torino, il Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova, l'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, il Dipartimento di Scienze della Salute, Genetica Medica, dell'Università degli Studi di Milano, la Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e il Cancer Research UK Cambridge Research Institute, Università di Cambridge.