Mieloma multiplo, una nuova terapia mirata per le forme più gravi

Mieloma multiplo, una nuova terapia mirata per le forme più gravi
Disponibile anche in Italia un anticorpo monoclonale coniugato per i pazienti con malattia avanzata e che non risponde più alle altre cure
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LA chiamano anche la “malattia del seme e del terreno”. Perché nel mieloma multiplo, tumore maligno del sangue in cui le plasmacellule proliferano in modo incontrollato e si accumulano nel midollo osseo, una delle chiavi di volta della malattia è rappresentata dall’interazione tra le cellule neoplastiche e quelle del microambiente midollare, che le nutrono e le ossigenano consentendo loro di replicarsi. Ed è quindi anche agendo su questa collaborazione che si può battere il tumore: “I nuovi farmaci hanno questo obiettivo: interrompono lo scambio tra le cellule maligne e quelle del microambiente”, spiega Michele Cavo, ematologo del Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale dell’Università di Bologna e direttore della Scuola di Specializzazione in Ematologia dello stesso ateneo. Se il terreno non nutre il seme, il seme non germoglia. E’ grazie a questa intuizione se la cura del mieloma multiplo negli ultimi 20 anni ha cambiato volto: non più una malattia ad esito quasi sempre fatale, ma un tumore che può essere cronicizzato a lungo, prima grazie ai farmaci immunomodulanti, poi agli inibitori del proteasoma e infine agli anticorpi monoclonali.

Fa parte di quest’ultima classe anche belantamab mafodotin, ora disponibile anche in Italia. Tecnicamente si tratta di un anticorpo monoclonale ‘coniugato’, composto cioè da due molecole: un anticorpo monoclonale umanizzato (belantamab) e un chemioterapico (mafodotin). Il primo è in grado di rilevare una falla sulla superficie della cellula tumorale, un recettore espresso sulla superficie delle plasmacellule mielomatose, chiamato BCMA (antigene di maturazione dei linfociti B). Una volta legatosi alla superficie cellulare, belantamab penetra nelle cellule e vi deposita la citotossina, il chemioterapico che ne blocca i processi vitali e ne provoca la morte riducendo al minimo i danni ai tessuti sani. “Un farmaco a doppia azione quindi – continua Cavo – una classica, immunoterapica, cui si aggiunge quella della tossina”.

 

Per chi è la nuova terapia

A beneficiare di questa nuova arma contro il mieloma multiplo sarà in primo luogo una categoria molto particolare di pazienti: coloro che – spiega Sergio Amadori, presidente di AIL– sono stati sottoposti ad almeno quattro terapie precedenti con altri farmaci, con ricadute o refrattarietà, per i quali non esistono altre soluzioni terapeutiche e quindi destinati alla palliazione. Si tratta al momento di circa 200 pazienti ogni anno in Italia. Ma è abbastanza evidente che la storia di questo farmaco non finisce qui. “In primo luogo, belantamab è oggi un ponte che ci consente di offrire ai pazienti più difficili un’ulteriore arma contro il tumore e darci il tempo di traghettarli sull’altra sponda, in attesa che passi il treno di Car-T”, continua l’ematologo, ovvero una delle più promettenti strategie immunoterapiche in grado di imprimere una svolta al trattamento dei tumori del sangue. Ma, aggiunge Cavo, ci sono già studi in corso che stanno valutando questo anticorpo monoclonale coniugato in associazione con altri agenti, sia farmaci standard che immunomodulanti.

E il prossimo passo sarà poi quello di verificare la somministrazione di belantamab mafodotin in fasi sempre più precoci della malattia, sino ad arrivare al trattamento del paziente con mieloma multiplo di nuova diagnosi. A verificare la sicurezza e l’efficacia del nuovo farmaco è stato lo studio DREAMM-2, pubblicato su The Lancet Oncology, secondo cui oltre la metà dei pazienti (il 58%) ha ottenuto una risposta parziale molto buona o superiore e in alcuni casi completa, mentre la sopravvivenza globale mediana è stata di circa 14 mesi, un risultato sorprendente in una popolazione di pazienti che, come detto, ha una forma di malattia per la quale i farmaci disponibili hanno perso efficacia.