Oncologia di territorio: se non ora, quando?

L’emergenza Covid-19 potrebbe dare impulso alla realizzazione di un nuovo piano di gestione dell’assistenza: dalla telemedicina alle reti oncologiche, per fornire cure di qualità e personalizzate anche a casa
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NON recarsi in ospedale se non necessario. Oggi questa frase suona come una raccomandazione per non gravare sul sistema sanitario già troppo stressato e per non incrementare il rischio di infettarsi con Sars-Cov-2, in particolare se si è più vulnerabili. Ancora troppo pochi sanno che è in realtà un bisogno che l’emergenza Covid-19 ha solo contribuito a enfatizzare. E - spiega Massimo Di Maio, segretario nazionale dell’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) - è altresì un obiettivo per la nostra sanità, per rendere gli ospedali dei centri ad alto contenuto tecnologico per l’erogazione di prestazioni. Per tutto il resto ci sarà (o almeno dovrebbe esserci) l’assistenza sanitaria territoriale: un sistema di reti con livelli di presa in cura e di specializzazione differenti, così efficiente da convogliare verso i grandi, tecnologici hub chi effettivamente ne ha necessità. A vantaggio di tutti.

 

Ma per molti pazienti oncologici c’è solo l’ospedale

“Di assistenza sanitaria territoriale si parla da anni, ma non tutto ciò che è teoricamente auspicato è stato realizzato”, dice Di Maio: “Per esempio, le famose reti oncologiche, previste dalla legge e che le Regioni avrebbero dovuto implementare, in alcuni casi sono operative, mentre in altri sono partite in grande ritardo. Un paziente affetto da tumore deve venire in ospedale per ricevere assistenza, che sia per la somministrazione delle terapie o per un semplice controllo, senza distinzione. In alcuni casi queste visite sono effettivamente necessarie, in altri meno, e l’accesso in ospedale potrebbe essere sostituito da un’assistenza sul territorio”.

 

Un modello diverso è possibile

Per molti pazienti, certe prestazioni potrebbero avere luogo altrove, a casa propria o in strutture sul territorio (magari vicino a casa), senza intaccare la sicurezza e la qualità delle cure. “I pazienti in follow-up, per esempio, essendo liberi dalla malattia, potrebbero trovare vantaggio anche psicologico nell’utilizzo di strumenti digitali come le app e la telemedicina”, aggiunge Di Maio. “Ma la riduzione degli accessi in ospedale potrebbe riguardare anche chi è in trattamento attivo. Ad esempio, chi assume terapie orali potrebbe essere seguito dal proprio medico di famiglia, dagli oncologi del territorio, da infermieri specializzati, a domicilio o in una delle cliniche della rete”.

Un nuovo ruolo per il medico di famiglia

Tutto ciò presume l’integrazione tra oncologia e cure primarie. “Fondamentale dovrebbe essere il ruolo del medico di medicina generale”, spiega Di Maio. “Il medico di medicina generale non va a sostituirsi allo specialista ma, adeguatamente formato sull’iter terapeutico e sugli eventuali campanelli d’allarme e tossicità, costituisce un prezioso ponte tra l’assistito e l’oncologo”.

 

L’oncologo e l’infermiere "del territorio"

Altre figure che si possono immaginare nel futuro panorama dell’assistenza sono l’oncologo e l’infermiere specializzato del territorio. “Questi professionisti oggi esercitano in pochissime realtà. Si tratta di ricoprire un ruolo di frontiera, in ambulatori ad hoc distribuiti sul territorio nazionale o direttamente a casa del paziente”, precisa il medico. “Sarebbero preziosissimi e contribuirebbero a migliorare la soddisfazione e la qualità di vita del paziente”.

Non è solo il sistema a dover cambiare, ma la mentalità di operatori sanitari - che devono aumentare gli sforzi per dialogare e collaborare tra di loro - e degli stessi pazienti. Necessario, secondo gli esperti, pensare che non esiste una singola figura del medico luminare - quell’unica persona a cui rivolgersi - in grado di trovare la risposta migliore a ogni problema: la cura oggi è in team. Perché questo avvenga, però, i pazienti devono sentirsi sicuri che la rete garantisca la qualità dei controlli.

 

Se Covid dà la spinta che manca

“Purtroppo questo sistema di gestione dell’assistenza, che io come altri colleghi riteniamo essere necessario per il futuro della nostra sanità, rischia di rimanere sulla carta per via della carenza di risorse cronica nel nostro Paese”, conclude Massimo Di Maio. “Servono investimenti per potenziare le strutture esistenti e crearne di nuove, ma servono anche nuove risorse umane: oggi il personale ospedaliero è sovraccaricato di lavoro, oncologi e infermieri territoriali sono una rarità e i medici di medicina generale sono già ora costretti ad occuparsi di un numero elevatissimo di assistiti. Sarebbe inoltre importante che i cambiamenti avvenissero in maniera omogenea per tutti i pazienti italiani, senza disparità, anche allo scopo di consentire ai professionisti l’impiego di percorsi e strumenti omogenei”.

L’emergenza Covid-19, insomma, ha aggravato una crisi che si trascina da decenni in sanità. Ma, avendo messo sotto gli occhi di tutti le carenze e le vulnerabilità, potrebbe persino dare l’impulso per la realizzazione di una vera medicina del territorio.