Tumore del fegato, i virus dell’epatite causano il 70% degli epatocarcinomi

Nel 2020 diagnosticati 13mila nuovi casi in Italia ma con il Covid si teme aumento perché le diagnosi e le terapie in molti casi sono state sospese
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Alcol, ma anche ‘cibo-spazzatura’ che durante questi mesi di pandemia hanno rappresentato per molte persone una sorta di rito consolatorio che, però, ha creato danni all’organismo in generale ed al fegato in particolare facendo così aumentare, specie nei pazienti con danni già conclamati, il rischio di malattie epatiche, tra cui il cancro. Infatti, anche se il 70% dei casi di tumore al fegato è causato dai virus dell’epatite, alcol e alimentazione giocano un ruolo fondamentale come è stato ribadito oggi nel corso di un evento promosso dall’Associazione EpaC Onlus e realizzato grazie a un grant incondizionato di Ipsen.

Epatite B e C aumentano rischio di 80 volte

Nel 2020 il numero di nuovi casi di tumore del fegato registrati in Italia ammontano a 13.000. Di questi 9.100 sono stati causati dai virus dell’epatite B e C e i rimanenti da altre malattie del fegato. I decessi totali sono stati 7.800 e, a differenza di altre patologie oncologiche, non si registrano significativi miglioramenti in termini di sopravvivenza negli ultimi anni. Proprio per questo, la prevenzione e la promozione di stili di vita sani sono fondamentali. Nelle Regioni del Nord d’Italia infatti l’abuso di alcol è responsabile di un terzo di tutti gli epatocarcinomi. “Le due patologie infiammatorie epatiche sono le principali responsabili del 70% delle neoplasie – sottolinea Antonio Gasbarrini, direttore di Medicina interna Gastroenterologia presso l’Università Cattolica Fondazione-Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma. “Un singolo virus dell’epatite B o C aumenta il rischio di sviluppo di tumore del fegato di 20 volte, mentre la co-infezione di entrambi gli agenti patogeni determina un incremento addirittura di 80 volte”. Per questo si ritiene fondamentale la vaccinazione contro l’infezione da HBV che deve essere svolta in età pediatrica. Attualmente il tasso di copertura registrato a livello nazionale è del 94% però si rischia, nei prossimi anni, un calo delle immunizzazioni come conseguenza indiretta della pandemia.

Il ruolo dell’alimentazione e dell’alcol

Gli altri principali fattori di rischio sono invece riconducibili al fumo da sigaretta, al grave eccesso di peso, soprattutto se complicato ulteriormente dal diabete, e all’assunzione di alcol. Il tumore del fegato si manifesta, infatti, nella quasi totalità dei casi durante la fase della cirrosi epatica, sempre più spesso legata all’abuso di bevande alcoliche. In Italia colpisce oltre 450mila persone e si calcola che fino al 3% di queste svilupperà anche un epatocarcinoma. “Il fegato - prosegue Gasbarrini - è un grande motore metabolico dell’organismo per cui ogni volta che introduciamo qualcosa di tossico come l’alcol, ci sono delle conseguenze specie se quest’organo è già danneggiato. Ma la vera partita è il cibo: serve un’alimentazione bilanciata che non sia eccessiva e non rappresenti una via di fuga nel periodo. Purtroppo, con il Covid molte persone stanno mangiando troppo e male anche perché l’unico modo per socializzare è quello di andare a fare la spesa e stare in famiglia davanti ad una tavola ricca, ma questa cattiva abitudine sta danneggiando ancora di più il nostro organismo e in particolare il fegato”.  

Le terapie disponibili

Purtroppo, il tumore del fegato è molto aggressivo e spesso insorge in un fegato cirrotico in pazienti con ridotta funzione epatica. Infatti, attualmente solo il 20% dei pazienti sopravvive a cinque anni dalla diagnosi. “Appena in un caso su dieci - spiega Bruno Daniele, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia dell’Ospedale del Mare di Napoli - possiamo intervenire in modo efficace con interventi chirurgici mentre la radioterapia è scarsamente utilizzata. Il trapianto rappresenta un trattamento ottimale del paziente perché affronta e risolve anche il serio problema della cirrosi epatica. Tuttavia, il trapianto viene effettuato ad una minoranza di malati. Oggi si stanno affacciando nuove cure tra le quali si segnala cabozantinib. E’ una terapia orale di seconda e terza linea già utilizzata per il carcinoma a cellule renali. Da alcuni mesi è disponibile in Italia anche contro le forme più avanzate di epatocarcinoma”.

L’importanza di un team multidisciplinare

In effetti, dopo anni di immobilismo, stanno arrivando nuove e più efficaci terapie. “Il fegato è un organo estremamente delicato, un vero e proprio ‘filtro’ del nostro corpo – conclude Gasbarrini. “Ogni volta che andiamo ad eseguire un trattamento in questa zona dell’organismo dobbiamo prestare molta attenzione a possibili complicanze ed effetti collaterali. I nuovi farmaci disponibili ora e in futuro sono efficaci ma anche delicati da gestire. Vanno perciò somministrati tenendo conto dello stato di salute generale del paziente. Dobbiamo, infatti, evitare che terapia antitumorale determini un danneggiamento della funzione epatica tale da compromettere i potenziali vantaggi dell’azione antineoplastica. Per questo è necessario un intervento da parte di un team multidisciplinare che possa valutare a 360 gradi le migliori cure possibili per ogni singolo malato”.

Segnali si speranza

In Italia vivono 33.800 persone con una diagnosi di tumore del fegato: 25.300 uomini e 8.500 donne. “E’ un numero in leggera crescita negli ultimi anni – sostiene Ivan Gardini, presidente dell’Associazione EpaC Onlus. “La nostra associazione è da anni impegnata per tutelarne i diritti e come rappresentati dei pazienti siamo convinti che la malattia vada gestita in strutture specializzate da un team multidisciplinare. Il paziente deve essere sempre più preso in carico e valutato da una squadra composta da epatologi, oncologi, chirurghi e radiologi diagnostici ed interventistici. Ognuno di questi professionisti può portare la sua esperienza e dare un contributo per curare una forma di cancro davvero molto complessa. Questo approccio deve essere reso operativo e garantito soprattutto in questo momento preciso storico ed è auspicabile la creazione di una rete regionale di strutture in grado di offrire le cure migliori e più appropriate”.