Cellule tumorali “dormienti”, uno studio indaga il ruolo dello stress

Una ricerca condotta sui topi ha individuato un meccanismo biologico che, a partire dall'aumento degli ormoni dello stress, può portare le cellule dormienti del cancro a risvegliarsi, favorendo così le recidive. I risultati su Science Translational Medicine
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Alcuni ricercatori dell’Università della Pennsylvania (Usa) hanno individuato, nei topi, un meccanismo legato allo stress e all’infiammazione che può portare alla riattivazione delle cellule “dormienti” del cancro. Lo studio è guidato dall’italiana Michela Perego e i risultati sono pubblicati su Science Translational Medicine.
 

Cellule dormienti

Perego e colleghi sono partiti da uno dei grandi quesiti insoluti della ricerca sul cancro: perché tumori completamente asportati possono ricomparire dopo mesi, o persino dopo anni, dalla fine delle cure? I tassi di recidiva dipendono dal tipo di tumore, ma in alcuni casi è abbastanza frequente ammalarsi nuovamente. “Oggi sappiamo che il tumore può tornare perché alcune cellule si diffondono e rimangono quiescenti - spiega Perego - ma poco si sa su come, quando e perché si risveglino, e tornino a crescere”. La domanda, quindi, è: cosa causa la loro riattivazione?
 

Lo studio sui topi

Per rispondere, gli scienziati hanno condotto dei test in vitro e studiato alcuni topi con cellule dormienti di tumore del polmone, sottoposti a situazioni di stress. Hanno osservato che gli ormoni prodotti in risposta allo stress, come il cortisolo e la noradrenalina, agiscono su un particolare tipo di globuli bianchi, chiamati neutrofili, inducendoli a rilasciare delle proteine, S100 A8/A9. A loro volta queste proteine, negli animali studiati, hanno portato le cellule tumorali dormienti a riattivarsi e a diffondersi.

Per avere una sorta di prova del nove, i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento somministrando a un gruppo di topi un beta-bloccante in grado di inibire gli effetti degli ormoni dello stress sui neutrofili, impedendo così la produzione delle proteine S100 A8/A9. Risultato: gli animali trattati con il farmaco hanno avuto un tasso di sopravvivenza migliore degli altri.
 

L’analisi su 80 pazienti

A questo punto, Perego e colleghi hanno analizzato campioni di sangue di un piccolo gruppo di 80 pazienti (26 uomini e 54 donne tra 50 e 84 anni) con un tumore del polmone in fase iniziale (stadio I o II), in cura presso il New York University Medical Center. I campioni erano stati prelevati a tre mesi dall’intervento chirurgico, per evitare gli effetti diretti dello stress associato all'operazione e alla riabilitazione. Ebbene, i pazienti con livelli più alti delle proteine S100 A8/A9 hanno avuto maggiore probabilità di ammalarsi nuovamente nei 33 mesi successivi.
 

Necessarie ulteriori conferme

Lo studio ha diversi limiti e saranno necessarie ulteriori ricerche prima di trarre qualsiasi conclusione certa. “Attualmente non ci sono buoni modelli per lo studio delle cellule tumorali dormienti, e questo limita le osservazioni degli effetti dello stress. Pensiamo, però, che monitorare i livelli degli ormoni dello stress possa essere molto importante”, dice Perego. Le proteine individuate potrebbero cioè essere utilizzate come biomarcatori.

Già altre ricerche hanno suggerito che i beta-bloccanti potrebbero aumentare la sopravvivenza di pazienti con tumore del polmone e ridurre il rischio di recidiva in pazienti con tumore al seno. E ci sono altre strade da indagare, come l’utilizzo di farmaci sperimentali mirati.