Tumore della prostata, “La mia vita in sorveglianza”

Cosimo Pieri, paziente e volontario in Europa Uomo 
In occasione di Movember, il movimento di sensibilizzazione sulla salute maschile, Salute dedica uno speciale al tumore della prostata, raccogliendo la voce di tanti esperti e raccontando la storia di Cosimo, che convive con la malattia da tre anni
3 minuti di lettura
“La prima cosa che mi ha detto l’urologo è che avrei avuto tre possibilità. Non è certo quello che si aspetta di sentire chi riceve una diagnosi di cancro”. A parlare è Cosimo Pieri, ex manager milanese, classe 1952, con una grande passione per lo sci e un brevetto di volo preso quando aveva 56 anni. E che da tre anni convive con un tumore della prostata.

Abbiamo raccolto la sua testimonianza in occasione del mese dedicato alla salute maschile e, in particolare, proprio alla prevenzione del tumore della prostata: quello che più di ogni altro colpsce gli uomini sopra i 50 anni di età. Sono tante le iniziative per questo Movember (crasi di November e moustache, cioè baffi), il movimento di sensibilizzazione su questa neoplasia. E alla sua diagnosi precoce e al sua trattamento, Salute dedica lo speciale Prostata, non dimenticare la salute al maschile, con interviste ad alcuni dei maggiori esperti italiani tra urologi, radioterapisti e oncologi, e con un approfondimento sull'ipertrofia prostatica benigna.
 

La diagnosi e l'illusione

“Mi illudevo - racconta Cosimo - di essere informato sul tumore della prostata: sapevo che era frequente e con una sopravvivenza alta. Pensavo che, preso per tempo, fosse un qualcosa che si toglie e via, tutto come prima. Torniamo alle tre possibilità: potevo operarmi o fare la radioterapia, ma con possibili effetti collaterali. Oppure non trattarlo affatto ed entrare nel programma di sorveglianza attiva, perché il mio - mi disse il medico - non era un problema gravissimo. Avevo già tolto un melanoma in passato, quindi che un tumore non fosse un problema gravissimo era un’affermazione strana e nuova per me”.

La storia di Cosimo in realtà cominciava sette anni prima di questo episodio, nel 2010, sempre nello studio di un urologo, da cui era andato per disturbi urinari dovuti all’ipertrofia prostatica benigna. Tutto si era risolto con un intervento e da allora Cosimo aveva cominciato a fare il test del PSA e controlli ogni anno. È così che nel 2017 il medico scopre un nodulo nella prostata. Contemporaneamente, il PSA risultava raddoppiato rispetto al valore precedente (da 0,7 a 1,4), seppure sempre sotto il valore considerato “soglia” in oncologia. Le analisi successive confermarono il sospetto: era un tumore, ma per fortuna di grado 1, che vuol dire non aggressivo.
 

La ricerca di informazioni

“Avevo bisogno di più informazioni per decidere e di confrontarmi con qualcuno, così sono andato in Europa Uomo, un'associazione di pazienti e medici. E ho trovato le risposte che cercavo”, continua a raccontare Cosimo. “Può sembrare un cliché ma è vero: noi uomini cerchiamo sempre di risolverci i problemi da soli, di non chiedere aiuto. Ma nel tempo ridotto di una visita i medici non possono darti tutte le informazioni di cui hai bisogno per prendere certe decisioni. E spesso il paziente quando esce dall’ospedale è lasciato solo. A volte manca il terreno sotto i piedi: dopo la diagnosi si è portati in certi momenti alla depressione o a voler strafare per vivere appieno ogni cosa”.   

Tumore alla prostata, le conseguenze psicologiche


La decisione, consapevole, di Cosimo è stata quella di entrare nel programma di sorveglianza attiva, in cui è tutt’ora, con controlli regolari, stabiliti da un protocollo. “I medici come Valdagni hanno veramente fatto la differenza per le persone con un tumore della prostata, perché fino ad alcuni anni fa si interveniva e basta, con tutte le conseguenze che questo può comportare per la qualità di vita. Non sono un suo paziente, quindi, non ho conflitti di interesse”, scherza Cosimo.


Conoscere fa la differenza

Un aspetto che deve sempre considerare chi entra nella sorveglianza è quello psicologico: “Aver passato la vita a risolvere problemi e a gestire lo stress credo mi abbia abituato a non risentire troppo dell’ansia”, racconta: “Per me questa era la soluzione migliore, forte anche dell’appoggio della mia famiglia. Vedo invece molti uomini che vivono con disagio il fatto di doversi sottoporre agli esami e non sanno come gestire la paura del tumore, che vivono come uno stigma. In questi casi bisogna essere assistiti dal punto di vista psicologico, perché il supporto è più importante di quello che si pensa. L’altro aspetto davvero fondamentale è essere seguiti non da un solo medico, ma da un gruppo multidisciplinare, come è accaduto a me. Questo l’ho capito dopo, ma ora so che fa la differenza”. C’è un messaggio sociale importante da passare per Cosimo: “Gli uomini devono sapere che un’altissima percentuale di chi scopre il tumore alla prostata può fare sorveglianza attiva, e questo è un incentivo importante a farsi controllare. In Europa Uomo, di cui oggi faccio parte, organizziamo visite gratuite e campagne di sensibilizzazione. “In questi anni ho imparato tantissime cose che possono fare la differenza su come si vive la malattia. Qualunque sia la strada che si sceglie di seguire, c’è tanto che si può fare per vivere meglio”.