Approvata una nuova terapia per il linfoma non-Hodgkin più comune

Approvata una nuova terapia per il linfoma non-Hodgkin più comune
L’Aifa ha approvato la rimborsabilità di polatuzumab vedotin per il trattamento di pazienti adulti con malattia recidivante o refrattaria, non candidabili al trapianto di cellule staminali
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L’Agenzia Italiana del Farmaco ha dato via libera alla rimborsabilità di un nuovo trattamento per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B, la forma più comune di linfoma non-Hodgkin, che non rispondono alle terapie di prima linea, che non possono affrontare un trapianto di cellule staminali o che hanno una ripresa di malattia. Si tratta di un anticorpo coniugato, polatuzumab vedotin, primo di una nuova classe di farmaci: la terapia prevede la sua somministrazione in associazione a bendamustina e rituximab e ha dimostrato di poter aumentare sia le remissioni complete e la loro durata, sia la sopravvivenza globale.

Malattia recidivante o refrattaria nel 40% dei casi

Il linfoma diffuso a grandi cellule B rappresenta il 30%-48% dei casi di linfoma non-Hodgkin e del 60% dei linfomi aggressivi in tutto il mondo. In Italia si stima un’incidenza annua di circa 5 mila nuovi casi e in genere si manifesta in persone di età superiore ai 60 anni. Dopo il primo trattamento, la malattia diventa recidivante o refrattaria nel 40% dei pazienti e, quando questo si verifica, le opzioni terapeutiche si riducono, così come anche la sopravvivenza.

Il trattamento standard di prima linea per i pazienti non ad alto rischio, il regime immuno-chemioterapico R-CHOP (rituximab in associazione a ciclofosfamide, adriamicina, vincristina e prednisone), è efficace in circa i 2/3 di chi lo riceve. Ma se la terapia di prima linea fallisce, per i pazienti in seconda linea non eleggibili a trapianto di cellule staminali autologhe a causa di età, comorbilità o chemio-refrattarietà, e per tutti quelli oltre la seconda linea, l’approccio terapeutico attuale è prevalentemente di tipo palliativo. Inoltre, i pazienti refrattari che progrediscono durante la terapia di prima linea ottengono risultati molto scarsi anche dopo aver ricevuto un ulteriore trattamento seguito da un trapianto autologo, con un tasso di sopravvivenza libera da progressione a 3 anni del 17%. “I pazienti fragili che non rispondono alle prime linee di trattamento o vivono la ricomparsa della malattia si trovano in uno stato di profonda ansia e disillusione”, spiega Davide Petruzzelli, Presidente de La Lampada di Aladino Onlus: “La rimborsabilità di polatuzumab vedotin in associazione a bendamustina e rituximab è quindi molto importante per loro”.

“Parliamo di un gruppo di pazienti con prognosi molto infausta,  per i quali fino ad oggi le alternative terapeutiche disponibili portavano a risultati decisamente deludenti”, aggiunge Monica Balzarotti, Oncoematologa presso l'IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano: “Grazie ad un profilo di sicurezza accettabile, ad una buona maneggevolezza e a dati di efficacia supportati da evidenze solide, la comunità degli ematologi e dei pazienti con DLBCL può disporre di un’arma terapeutica aggiuntiva, che ha il potenziale di migliorare in modo significativo le attuali strategie di cura, consentendo di ottenere un aumento delle remissioni complete e della loro durata, e  in ultima analisi della sopravvivenza”.

Lo studio

L’efficacia di polatuzumab vedotin (l’anticorpo farmaco-coniugato anti-CD79b, capostipite della sua classe terapeutica) in combinazione con bendamustina e rituximab (BR) è stata dimostrata in uno studio di fase Ib/II.  I risultati attestano una riduzione del rischio di morte del 58% nei pazienti trattati con l'associazione rispetto a quelli che ricevono solo BR, e una sopravvivenza globale mediana oltre 2,5 volte superiore (12,4 mesi per la combinazione contro 4,7 mesi del trattamento con BR). I dati della coorte di estensione composta da altri pazienti trattati con la combinazione polatuzumab vedotin-BR rafforzano il profilo di efficacia e sicurezza della terapia in una popolazione più ampia di malati, dimostrando maggior beneficio nella seconda linea di trattamento, una sopravvivenza globale mediana di 18,4 mesi e una sopravvivenza libera dalla progressione mediana di 11,5 mesi.

 

I passi successivi

Ora i ricercatori auspicano che la molecola polatuzumab vedotin possa portare i suoi benefici a una popolazione ancora più ampia di pazienti colpiti da questa patologia, ottenendo anche l'indicazione in prima linea. Secondo i dati illustrati all'ultimo Congresso della Società americana di ematologia, infatti, polatuzumab vedotin in combinazione con il regime chemioterapico R-Chp (rituximab più ciclofosfamide, doxorubicina e prednisone) rappresenta il primo trattamento che in 20 anni ha portato un beneficio clinico significativo in pazienti con un rischio intermedio e alto in prima linea, con una riduzione del rischio di progressione della patologia o morte del 27%. “Grazie alla ricerca scientifica oggi è possibile fare importanti passi in avanti nel trattamento di patologie complesse e aggressive come il linfoma diffuso a grandi cellule B”, conclude Sergio Amadori, Presidente dell’Associazione Italiana contro i linfomi, le leucemie e il mieloma: “È necessario, però, che le innovazioni vengano rese accessibili in tempi rapidi ai pazienti, offrendo maggiori opportunità terapeutiche rispetto al passato, soprattutto nei casi in cui le alternative disponibili sono limitate”.