L'accesso ai test fondamentale per individuare la cura migliore contro il tumore

Le pazienti con carcinoma triplo negativo avanzato possono ottenere buoni risultati grazie ad atezolizumab. Il suo uso però prevede l'esecuzione di un test diagnostico non rimborsato dai Lea. L'appello degli esperti
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Agire sulla rete, per potenziare e velocizzare la diagnostica e ottimizzare così le cure, in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Perché solo così le nuove terapie entreranno davvero nella pratica clinica cambiando la vita delle pazienti. È questo l'appello risuonato a margine dell'incontro virtuale “Immunoterapia ed efficienza organizzativa: un nuovo modello di governance nel trattamento dei tumori della mammella”, organizzato da Motore Sanità con il sostegno di Roche. Perché, l'arrivo delle nuove terapie, sempre più mirate e complesse, pone davanti a nuove sfide professionisti e sistema sanitario.

Succede per esempio con atezolizumab, anticorpo monoclonale approvato lo scorso anno per il trattamento del carcinoma mammario triplo negativo in stadio avanzato o metastatico, con espressione di PD-L1 (associato a chemioterapia, nab-paclitaxel). Atezolizumab è infatti un esempio di farmaco immunoterapico, ovvero una molecola in grado di potenziare l'azione del sistema immunitario, in questo caso legandosi alla proteina PD-L1 (Programmed Death Ligand 1) espressa sui tumori e riattivando l'attività dei linfociti T contro il tumore (normalmente invece PD-L1 interagirebbe con un recettore sulle cellule T che ne blocca appunto l'azione). Di fatto in questo modo il cancro torna a essere visibile e bersagliato dal sistema immunitario, in quello che è uno dei tumori alla mammella più difficili da trattare.


Perché la terapia venga somministrata è necessario oggi un test per il dosaggio dell'espressione della molecola PD-L1 (sebbene alcuni dati, presentati all'Esmo suggeriscano un'azione a prescindere dallo status PD-L1 in fase precoce di malattia), su cui però, mancano linee guida, come hanno sottolineato gli esperti. “È necessario prepararsi con linee guida chiare, nazionali che evitino le disuguaglianze potenziando le Reti e investendo nel potenziamento delle anatomie patologiche, perche? questa fase diagnostica richiede un’attenzione diversa a livello economico e sul piano organizzativo” ha commentato Elisabetta Sestini di Europa Donna Italia.

Piano che oggi è lontano dal dirsi concluso, come ha raccontato Anna Sapino, Direttore Scientifico IRCCS FPO Candiolo (TO): “La scheda AIFA prevede che per l'eleggibilità al trattamento con atezolizumab i tumori siano testati con saggio immunoistochimico Ventana PD-L1 SP142, lo stesso usato nello studio registrativo. Il test, marcato CE-IVD, richiede specifiche modalità di lettura dei risultati e personale formato a tale scopo. Paradossalmente, al momento, la rimborsabilità del 'compagno diagnostico', ossia di PD-L1 SP142, non e? prevista nei Livelli Essenziali di Assistenza. Questo – ha continuato - sottintende che un’analisi a priori della governance e? fondamentale cosi come la necessità di coinvolgimento di tutte le figure professionali che partecipano dalla diagnosi alla cura dei pazienti, anche nella stesura di documenti che devono garantire una logica di accessibilità ai farmaci sostenibile appropriata ed equa”.

Il percorso ideale tracciato dagli esperti ispirato ai principi di equità di cura parte dall'organizzazione della rete oncologica per arrivare alle Breast Unit, con garanzia di accesso ai test, attraverso il coinvolgimento, di nuovo, di tutti i professionisti coinvolti, ma non solo, conclude Gianni Amunni, Direttore Generale Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica (ISPRO) Regione Toscana: “Si fa riferimento a una opportunità di terapia che può derivare da una analisi biomolecolare. Perché questo si possa realizzare sono necessari la condivisione dei professionisti, l'aggiornamento del PDTA e l'accessibilità alla specifica indagine biomolecolare”.