Biasci: "Dalla diagnosi alla cura. Ecco la sfida del pediatra del futuro"

A colloquio con il presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri che spiega come sta cambiando la professione di questi specialisti che si prendono cura degli adulti di domani
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Un punto di riferimento per tutta la famiglia a cui spetta anche la responsabilità di insegnare le regole della prevenzione agli adulti di domani. Così, il pediatra di famiglia è un po’ la bussola di genitori e bambini, ma il suo ruolo sta cambiando sempre di più anche in risposta alle nuove esigenze del Sistema sanitario nazionale alle prese con il Covid. Ne abbiamo parlato con Paolo Biasci, presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp).

Dalla diagnosi alla cura

L'ambulatorio dei pediatri è diverso da tutti gli altri perchè i pazienti entrano ed escono con una diagnosi, ma anche con una terapia. Quindi, il percorso dei minori, per il 99,5% dei casi, comincia e finisce all'interno dell'ambulatorio pediatrico grazie al potenziamento della diagnostica che offre la possibilità di garantire non solo un’assistenza di primo livello, ma anche molte prestazioni di secondo livello. In pratica, nel suo ambulatorio, il pediatra riceve il bambino, lo visita, emette una diagnosi e lo cura. Quasi mai lo invia da altri specialisti. Questo significa anche poter contribuire alla diminuzione delle liste d'attesa. Del resto, anche il nuovo Accordo collettivo nazionale firmato con la pediatria di famiglia prevede una diagnostica allargata: “La diagnostica - spiega Biasci - si inserisce in uno scenario futuro delle cure primarie, per questo abbiamo formulato delle ipotesi per poter garantire opportunità di diagnosi e terapia su tutto il territorio nazionale senza differenze regionali”.

Cure più appropriate

Ma c’è anche un altro vantaggio che deriva dalla diagnostica dal pediatra e cioè la possibilità di fare prescrizioni più appropriate. “La diagnostica ambulatoriale del pediatra è sempre più proiettata anche sulla patologia acuta in modo che si possano aprire e chiudere i percorsi assistenziale nello studio del pediatra, senza andare in ospedale”, ci dice il presidente della Fimp. Qualche esempio? “Nel caso di un bambino con una forma febbrile - risponde - oltre ad una visita, il pediatra può fare anche la diagnosi con l’esecuzione dell’esame della proteina C reattiva (PCR), dell’emocromo, delle urine oppure effettuando un tampone per lo streptococco. Sono esami molto semplici che nel giro di 3-5 minuti danno già una risposta e questo ci consente di poter prescrivere una cura più appropriata evitando, per esempio, di dare un antibiotico che non serve”. Un effetto dimostrato anche in uno studio realizzato dalla Regione Lombardia dal quale emerge che le prescrizioni di antibiotici sono diminuite da parte dei pediatri che hanno effettuato il test Pcr. Stesso risultato grazie al test per la ricerca dello streptococco nelle tonsilliti, che permette di decidere se dare o meno l'antibiotico.

I tamponi Covid

Il nuovo accordo collettivo nazionale per il rafforzamento delle attività territoriali di diagnostica di primo livello e di prevenzione della trasmissione di Sars-Cov-2 ha dato il via libera anche all’esecuzione dei test antigenici da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri: “Possiamo considerarlo - afferma Biasci - un atto di responsabilità dei pediatri di famiglia per rispondere alle esigenze del SSN che si è trovato a dover affrontare la richiesta di un numero elevatissimo di test a cui non riescono a far fronte da soli i dipartimenti di prevenzione. Per questo, la pediatria del territorio ha dato la sua piena disponibilità”.

La questione delle vaccinazioni

Un altro tema che sta a cuore ai pediatri è quello delle vaccinazioni. “Abbiamo chiesto al Ministero della Salute che non si commetta l’errore dei mesi scorsi”, premette il pediatra. “Si è tanto parlato del calo delle coperture vaccinali nei bambini dovuto al fatto che il personale dei centri vaccinali era stato destinato ad altre attività Covid e alla chiusura di alcuni centri vaccinali”. Una situazione che si poteva evitare: “La diminuzione delle coperture vaccinali - prosegue Biasci - non è avvenuta lì dove il vaccino poteva essere fatto nello studio del pediatra. Per questo abbiamo suggerito al Ministero che a gennaio, parallelamente con l’avvio delle prime profilassi anti-Covid, i pediatri possano eseguire le vaccinazioni ai bambini nel proprio studio. Questo modello organizzativo garantirebbe la copertura a partire dai neonati, fino al terzo mese di vita e così via”.  Attualmente solo in Toscana le vaccinazioni sono affidate alla pediatria di famiglia e, infatti, questa regione ha risultati eccellenti con le coperture vaccinali.

Garantire risorse umane

Insomma, le nuove frontiere della pediatria stanno allargando sempre di più il carico di lavoro e le loro competenze. Ecco perché si chiede un aiuto concreto per poter davvero implementare il nuovo modello di organizzazione: “Se vogliamo che il sistema delle cure primarie acquisisca nuovi compiti - fa notare Biasci - servono risorse economiche e incentivi per lo sviluppo organizzato degli studi di pediatria, in modo da poter assumere personale non solo segretariale ma anche infermieristico che possa aiutare il medico e le famiglie”.