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Il virus chimera non deve far troppa paura

Il virus chimera non deve far troppa paura
La nostra capacità di difenderci contro questa e future pandemie passa anche attraverso esperimenti potenzialmente pericolosi, purché condotti in sicurezza
4 minuti di lettura

Questa volta il virus costruito in laboratorio c'è davvero, e a crearlo negli Stati Uniti è stato un gruppo di ricercatori dell'Università di Boston guidati da Mohsan Saeed, un giovane ricercatore di origine pakistana. Si tratta di un virus "chimera", costituito dal virus originale di Wuhan a cui gli scienziati hanno sostituito le "punte" originali (ormai note a tutti come "spike") con quelle della variante Omicron.

Nessun mistero, nessun intrigo. L'ateneo ha difeso la ricerca, sostenendo che avrebbe regolarmente ricevuto le autorizzazioni necessarie dalle apposite commissioni locali. Con la massima trasparenza il lavoro è stato subito pubblicato in rete su una piattaforma accessibile a tutti, prima ancora di accedere a una rivista scientifica.

Come hanno ribadito i responsabili, obiettivo dello studio non era creare un nuovo virus più pericoloso dell'attuale, ma capire se la capacità del virus di aggirare la risposta immunitaria e di determinare una malattia più o meno grave risieda davvero nella "spike". Le "punte" con cui il virus si lega alle cellule sono infatti il bersaglio su cui si è finora concentrata l'attenzione di molti scienziati, la produzione dei principali vaccini e degli anticorpi monoclonali ad azione antivirale. E se non fosse tutto lì?

Lo scopo dello studio

Per capirlo, i ricercatori hanno quindi "montato" al virus originale di Wuhan le spike di Omicron, pensando così di ottenere una variante meno aggressiva della prima. Il nuovo virus, però, è risultato solo leggermente meno letale di quello originario e invece molto più di quello attualmente circolante con le stesse identiche "punte". Ciò suggerisce che dalla spike dipenda soprattutto la capacità del virus di infettare e diffondersi, mentre le caratteristiche che rendono le diverse varianti più o meno aggressive andrebbero cercate altrove.

Non si possono invece trarre da questo lavoro conclusioni certe sulla pericolosità del virus di laboratorio nei confronti degli esseri umani. In laboratorio esso ha infatti mostrato una letalità dell'80% circa, di poco inferiore a quella del virus di Wuhan, il quale, una volta infettati questi animali, non ne risparmia però nessuno. Per fortuna la capacità del nuovo coronavirus di uccidere gli esseri umani non era a questo livello nemmeno al suo esordio. Non si può quindi dire che questa chimera abbia una letalità dell'80% negli esseri umani. Tutt'al più che potrebbe averne una pari a circa l'80% di quella della primavera 2020, in soggetti non vaccinati.

Una questione di metodo

A scatenare l'allarme è stato il Daily Mail, quotidiano inglese noto per i suoi titoli scandalistici e la passione per la teoria che anche il primo SARS-CoV-2 sia frutto di esperimenti condotti all'Istituto di virologia di Wuhan. In effetti, il virus prodotto a Boston nasce dallo stesso tipo di ricerche che si svolgevano nel laboratorio cinese, e in molti altri in tutto il mondo.

In virologia da sempre si modificano i virus, per esempio adattandoli a crescere meglio in coltura, passaggio indispensabile per ottenere le enormi quantità di particelle virali necessarie allo studio e alla produzione dei vaccini tradizionali. Ma anche nel caso dei prodotti più recenti, come quelli di Astrazeneca o di Johnson&Johnson, si è creato un virus artificiale, caricando un innocuo adenovirus con le istruzioni per proteggerci dal virus pandemico. In molti altri casi questi o altri virus sono stati modificati per trasportare geni mancanti per la terapia genica o cure innovative contro il cancro. Oppure per poterli studiare su un modello animale quando non ci sono specie da laboratorio suscettibili all'infezione.

Una questione di termini?

Il centro del dibattito, in questo ultimo caso, è se il lavoro condotto a Boston possa o debba essere considerato nell'ambito della cosiddetta ricerca per "incremento di funzione", "gain of function", o meglio "gain of function research of concern", una ricerca che, oltre a fornire a un organismo una proprietà in più, lo fa su agenti pericolosi, come il virus ebola, il batterio botulino o il bacillo dell'antrace, potenziali strumenti di guerra o terrorismo biologico, oppure quelli che, grazie alla loro capacità di trasmettersi per via respiratoria, hanno un maggiore potenziale di scatenare pandemie, come i virus influenzali o i coronavirus (in sigla, i cosiddetti 3P, Pathogens of Pandemic Potential).

Il virus chimera creato a Boston rientra in questa definizione se si fa riferimento alla variante Omicron attualmente circolante, rispetto alla quale è decisamente più aggressivo (almeno nei topi); non lo è invece rispetto al virus originale di Wuhan, rispetto al quale è al contrario meno letale. E poi, quali funzioni si devono considerare: solo la letalità o anche la capacità di diffondersi, che come abbiamo visto può determinare una mortalità totale molto maggiore rispetto a un virus più letale ma meno contagioso, come per esempio ebola?

L'etichetta è importante perché gli studi considerati di "gain of function", in sigla GOP, devono sottostare a controlli più rigidi, secondo una legislazione particolare messa a punto dopo che, nel 2012, scoppiò il caso del virus dell'aviaria H5N1, modificato in laboratorio così da renderlo più trasmissibile tra i mammiferi. Una bomba che scatenò un dibattito durato anni, all'interno e al di fuori della comunità scientifica.

Una dura battaglia

L'annuncio fu lanciato a un congresso a Malta dal virologo olandese Ron Fouchier nel settembre del 2011. Lo scienziato comunicò ai colleghi di aver messo a punto nel proprio laboratorio un virus dell'aviaria H5N1 in grado di trasmettersi facilmente tra furetti messi in gabbie vicine. Ben presto si venne a sapere che un risultato analogo, seppure con un metodo diverso, era stato ottenuto anche dal gruppo guidato dal giapponese Yoshihiro Kawaoka alla University of Wisconsin, a Madison, in collaborazione con i colleghi dell'Università di Tokyo.

Quei virus sì che erano armi letali, in grado di uccidere circa la metà delle persone colpite. Se si fossero diffusi tra gli esseri umani come tra i furetti - il modello animale standard per lo studio dei virus influenzali - avrebbero provocato una strage planetaria. La minaccia del terrorismo islamico preoccupava moltissimo in quel periodo i governi occidentali. Se un qualunque gruppo o nazione nemica si fosse impossessata di questi campioni o se scienziati malevoli, sulla base dei metodi descritti nei paper, li avessero riprodotti?

Questa paura determinò un insolitamente lungo intervallo prima che i due articoli fossero pubblicati rispettivamente su Science e su Nature, e impose una moratoria agli scienziati che lavoravano in questo campo. Quando, qualche tempo più tardi, furono autorizzati a ricominciare, fu sotto una nuova normativa che garantiva maggiore sicurezza. Anche questa però presenta molti limiti, primo fra i quali la difficoltà di definire gli esatti confini di questo campo, come dimostra il caso odierno, ma, prima di oggi, anche i dibattiti legati all'origine del virus di Wuhan e alle ricerche condotte nel laboratorio cinese, talvolta in collaborazione o con il finanziamento di organizzazioni occidentali.

Il gioco vale la candela?

Il dato più sconvolgente degli studi di Fouchier e Kawaoka era che tra il virus dell'aviaria H5N1 che non riesce a trasmettersi tra gli esseri umani e quello che invece contagia facilmente i furetti la differenza è solo di 4, forse 5, mutazioni. Mentre gli allevamenti di Europa e Stati Uniti sono colpiti da una delle peggiori epidemie di influenza aviaria di cui si abbia memoria, siamo sicuri che non serva sapere quali sono i punti del virus da tenere d'occhio, le varianti che devono far scattare un campanello di allarme?

E, tornando a SARS-CoV-2, siamo sicuri che non sia importante sapere quali siano i fattori che determinano la sua maggiore virulenza, così da poter forse mettere a punto farmaci più efficaci?

La "zuppa di varianti" in cui siamo immersi mostra con quanta facilità il coronavirus non solo muti, ma ricombini tra sé le diverse varianti. Chimere come quella creata a Boston si formano continuamente. A mio parere, l'unico vantaggio che abbiamo sul virus è quello di poterlo studiare e anticiparne le mosse. Dobbiamo farlo in laboratori che garantiscano la sicurezza, ma non ci rinuncerei.