Vaiolo delle scimmie, la terapia è un farmaco antivirale, ma per le mucche

Risultati incoraggianti della sperimentazione sull'uomo di una molecola finora usata solo per il vaiolo bovino. Si è dimostrata efficace negli uomini contro il dolore e le manifestazioni cutanee
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Si chiama Tecovirimat e al momento è il farmaco su cui riporre le maggiori aspettative per la cura del vaiolo delle scimmie. Tecovirimat è l'antivirale che, anche in Italia, può essere somministrato alle persone entrate a contatto con l'Orthopoxvirus, un virus simile a quello che causa il vaiolo (da cui si differenzia per minore diffusività e gravità) e il vaiolo bovino.

Un farmaco sperimentale contro il vaiolo delle scimmie

Il suo impiego, però, è di fatto ancora in una fase sperimentale. Mai prima d'ora, infatti, era stato utilizzato in persone affette da questa infezione. Ma soltanto in animali. Gioco forza, l'epidemia in corso sta permettendo dunque di effettuare una sperimentazione in "real life". Con risultati incoraggianti.

Tecovirimat efficace nel dolore e nelle lesioni perianali

È di queste ore, infatti, la pubblicazione di uno studio sulla rivista "Annals of Internal Medicine" in cui viene descritto il trattamento di due pazienti (due uomini di 26 e 37 anni) con quello che al momento è l'unico farmaco autorizzato per la cura dell'infezione.

Entrambi, a causa dell'infezione, avevano sviluppato una proctite (l'infiammazione della mucosa del retto, l'ultimo tratto dell'intestino) grave. Con lesioni cutanee che provocavano prurito e dolore, al punto da richiedere in entrambi i casi la somministrazione di antidolorifici oppiacei.

Così - seguendo le indicazioni del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (CDC), che raccomandano l'utilizzo in caso di infezione grave o con un rischio significativo di decorso verso forme più avanzate - gli infettivologi della George Washington University hanno prescritto l'assunzione di tecovirimat.

Gli esiti della terapia sono stati quelli sperati: il dolore si è attenuato in 36-48 ore e le manifestazioni cutanee dell'infezione sono svanite dopo una settimana di trattamento. "Sebbene l'effetto diretto nel determinare un miglioramento dei sintomi non possa essere determinato, riteniamo che l'uso precoce di questo farmaco debba essere preso in considerazione per i pazienti affetti da vaiolo delle scimmie e proctite grave fino a quando non sarà possibile eseguire studi randomizzati e controllati".

Il farmaco "deriva" dal trattamento del vaiolo bovino

Al momento non ci sono principi attivi indicati per il trattamento dell'infezione da vaiolo delle scimmie nell'uomo. E con ogni probabilità non ce ne saranno per diversi mesi, visti i tempi necessari per lo sviluppo di nuovi antivirali e un'esigenza che difficilmente diventerà pressante come accaduto invece nel caso di Covid-19. Da qui la necessità di fare di necessità virtù, ricorrendo a farmaci già disponibili sul mercato. Tra questi, Tecovirimat è quello che finora ha dato i riscontri più incoraggianti.

Il principio attivo - utilizzato per la prima volta su un bovino nel 2018, viene somministrato per via orale e inibisce la diffusione del virus da una cellula all'altra - si è rivelato in grado di ridurre l'arco di tempo in cui le persone infette manifestavano i sintomi del vaiolo delle scimmie e il periodo di contagiosità. Un indicatore, quest'ultimo, la cui durata è ancora ignota.

"Durante i precedenti focolai di vaiolo delle scimmie, i pazienti sono stati considerati contagiosi fino alla completa caduta delle croste, mentre in questi casi la diffusione è stata registrata per almeno tre settimane dopo la diagnosi - afferma Catherine Houlihan, virologa dell'University College di Londra e tra gli autori di un report di trattamento di sette pazienti pubblicato sulla rivista "The Lancet Infectious Diseases" -. I dati sulla contagiosità sono ancora contrastanti e necessitano di essere approfonditi attraverso ulteriori studi".

Mancano i dati di efficacia da studi condotti sull'uomo

La diffusione di questa epidemia con caratteristiche diverse dalle precedenti e in luoghi raramente chiamati a gestire il vaiolo delle scimmie ha fatto crescere l'attenzione nei confronti di quella che fino a poche settimane fa poteva essere considerata una malattia negletta a tutti gli effetti. Con conseguenze che ricadono anche sul fronte delle possibili terapie.

Sicuro ma solo in ambito veterinario

Tecovirimat - è bene precisarlo - è infatti al momento utilizzato soltanto sulle basi delle indicazioni di efficacia e sicurezza emerse dagli studi e dall'applicazione in ambito veterinario. Pur trattandosi di una malattia meno grave rispetto a quella determinata dall'HIV, con cui condivide con ogni probabilità la trasmissione prevalente per via sessuale, l'emergenza attuale sta facendo crescere il suo utilizzo in ambito umano. Ma occorre prudenza - come scrivono tre ricercatori statunitensi in un'analisi pubblicata sul "New England Journal of Medicine" - per garantire al contempo il diritto dei pazienti ad accedere alle cure e sostenere la loro sicurezza ed efficacia. Aspetti finora garantiti soltanto dagli studi condotti in vitro e su animali - da sperimentazione e non: trattati per curare il vaiolo, il vaiolo delle scimmie e quello bovino - da cui è emerso che Tecovirimat è in grado di garantire tassi di sopravvivenza più elevati rispetto al placebo.

Tecovirimat: dosaggi diversi in base al peso corporeo

L'eradicazione del vaiolo e la limitata diffusione del vaiolo delle scimmie hanno reso impossibile finora valutarne l'efficacia nell'uomo. Un limite che il National Institute of Health (NIH) punta ora a superare una volta ottenuti i risultati del primo trial randomizzato umano, che partirà nelle prossime settimane. E da cui trarranno informazioni fondamentali anche le agenzie regolatorie degli altri Paesi.

Per il momento si andrà avanti considerando i dati ottenuti sugli animali e il profilo di sicurezza determinato valutando le reazioni avverse registrate in uomini sani chiamati ad assumere Tecovirimat.

I dosaggi del farmaco

Combinando questi due parametri, si è giunti alle indicazioni riguardanti i dosaggi del farmaco, che l'Agenzia Europea (EMA) raccomanda di prescrivere "quanto prima, dopo la diagnosi". I bambini (dai 13 chili in su) potranno eventualmente assumere una capsula (da 200 milligrammi) ogni 12 ore per 14 giorni. Dosaggio doppio (due capsule, 400 milligrammi) per bambini e adolescenti con un peso compreso tra 25 e 40 chilogrammi. Triplo (tre capsule), invece, per gli adulti.

Interesse anche per altri due antivirali 

Considerando che il decorso del vaiolo delle scimmie è raramente grave, al momento la terapia più indicata è quella basata sul contenimento dei sintomi con antipiretici. Il crescere dei numeri e le incognite legate a questa pandemia suggeriscono però di mantenere alta l'attenzione e lavorare allo sviluppo di trattamenti efficaci per gestire i casi più gravi di infezione.

Terapie che, come indicato in un'analisi pubblicata sulla rivista "Drugs" e firmata anche da Giuseppe Lippi (ordinario di biochimica clinica e biologia molecolare all'Università di Verona), andrebbero prese in considerazione nei casi più gravi di infezione e quando si ha di fronte un bambino o un paziente immunocompromesso.

In ambito sperimentale si guarda con interesse anche al potenziale d'uso di altri due antivirali: cidofovir e brincidofovir. La loro efficacia nel trattamento degli animali è finora risultata inferiore. Ma non è da escludere che una somministrazione più precoce o a una dose differente possa determinare un andamento diverso dell'infezione. Quanto alla seconda molecola, testata sempre nello studio pubblicato su "The Lancet Infectious Disesaes", in tutti e sette i pazienti non sono stati comunque registrati i sintomi più gravi dell'infezione: la polmonite e la sepsi. "Ma servono ulteriori studi per verificare l'efficacia di questi o di altri antivirali contro quella che è una malattia infettiva negletta - avvertono i ricercatori -. Quanto da noi descritto e il focolaio attuale rimarcano la necessità di mantenere una collaborazione stretta tra i centri per gestire la diffusione dei casi di infezione".