Long Covid: perché uomini e donne hanno sintomi diversi

Long Covid: perché uomini e donne hanno sintomi diversi
Stanchezza cronica e dolori alle ossa per lei, insufficienza renale per lui. I risultati di una analisi di 35 studi
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Uomini e donne sono diversi anche nei sintomi del long Covid. Non ci credete? Basta guardare i dati della metanalisi pubblicata sulla rivista "Current Medical Research and Opinion", che pone una nuova sfida per la medicina di genere. E con cui stanno iniziando a fare i conti gli specialisti impegnati in tutta Italia - l'Istituto Superiore di Sanità ha appena pubblicato la prima mappa dei centri per il trattamento del Long-Covid - nella gestione delle complicanze a lungo termine dell'infezione da coronavirus.

 

Che uomini e donne avessero sintomi diversi nel long Covid era cosa già emersa in diversi lavori. Passando però in rassegna le conclusioni di 35 studi, le ricercatrici della Johnson & Johnson hanno innanzi tutto distinto coloro che erano alle prese con le sequele dell'infezione (nelle quattro settimane successive al contagio) da chi poteva essere definito affetto da Long-Covid (con una sintomi perduranti oltre il mese).

Al di là di questa distinzione, comunque importante per non inserire nella lista dei malati persone che in realtà stanno soltanto smaltendo i postumi della malattia acuta, le donne tendono a manifestare soprattutto stanchezza cronica, sintomi a carico dei muscoli e dell'ossa, ansia, depressione, problemi respiratori, perdita dell'olfatto (anosmia) e alterazione del gusto (disgeusia). Tra gli uomini, invece, il Long-Covid si manifesterebbe perlopiù con insufficienza renale acuta, problemi di natura endocrina (soprattutto con la difficoltà a regolare la glicemia e il manifestarsi di problematiche alla tiroide), disturbi gastrointestinali e riduzione del numero delle piastrine nel sangue (trombocitopenia).

Una risposta immunitaria differente

Aspetti che iniziano a essere notati anche negli ambulatori italiani. E dalla cui definizione passano un corretto inquadramento alla diagnosi e la definizione di terapie appropriate. "La nostra esperienza, su oltre 500 pazienti, porta a confermare quanto emerso dalla metanalisi - afferma l'internista Leonilde Bonfrate, che gestisce il servizio di day service dedicato al post-Covid all'interno della clinica medica del policlinico di Bari - in più, tra le donne, stiamo riscontrando un'aumentata incidenza di problematiche gastrointestinali: come la dispepsia funzionale e la sindrome del colon irritabile".

Le donne, meno a rischio di vedere evolvere l'infezione acuta da Sars-CoV-2 verso forme gravi, sono invece colpite dal Long-Covid con maggiore frequenza. "Nel loro caso la risposta immunitaria innata è più immediata - prosegue la specialista -. Questo permette di fronteggiare prima e meglio l'infezione. Ma lascia probabilmente uno strascico nel tempo". Un aspetto che richiama anche la maggiore prevalenza di malattie autoimmuni nel gentil sesso. E che porta a considerare la maggiore attività di modulazione del sistema immunitario svolta dagli estrogeni, rispetto agli androgeni.

Dopo due anni e mezzo di pandemia, non ci sono più dubbi: un numero significativo di persone entrate a contatto con Sars-CoV-2 vede persistere alcuni sintomi anche per diversi mesi, dopo la negativizzazione. Oltre ai polmoni e all'apparato muscolo-scheletrico, il cuore, i reni e il cervello sembrano essere i distretti più esposti al rischio di una lunga sequela della malattia. La lista delle possibili manifestazioni del Long-Covid - la cui prevalenza oscilla di molto, nei diversi studi: tra il 10 e l'80 per cento - è lunga e variegata. Si va dalla fame d'aria all'astenia, dai dolori muscolari e articolari alla perdita di gusto e olfatto. Fino a una serie di disturbi di natura neurologica o psichiatrica: ansia, depressione, difficoltà di concentrazione e attenzione, perdita di memoria, disturbo post-traumatico da stress (Ptsd).

Le cause delle manifestazioni durature del Long-Covid non si conoscono. La malattia, nei casi più gravi, può innescare una forte risposta infiammatoria in grado di dar vita a fenomeni di trombosi. Oltre a rappresentare un rischio nella fase acuta dell'infezione, questi, diffusi soprattutto con le prime varianti e senza la protezione garantita dai vaccini, possono aver lasciato il segno sugli organi colpiti. Un simile aspetto, unito a una possibile reazione autoimmune indotta dal virus, rientra tra i principali indiziati alla base della Long-Covid. Come spiega l'Istituto Superiore di Sanità, il virus potrebbe inoltre "presentare alcune similitudini con componenti dell'organismo e far generare anticorpi che in grado di reagire contro i nostri organi o tessuti", provocando le manifestazioni cliniche descritte.

Rischia chi ha avuto sintomi più gravi

Tutti gli studi esaminati nella revisione sono stati pubblicati entro il 2021. E fanno dunque riferimento alle prime fasi della pandemia, caratterizzate da quadri clinici più gravi rispetto a quelli attuali. Che il Long-Covid possa accompagnare anche persone che hanno avuto soltanto la febbre, la tosse e un po' di spossatezza non è da escludere. La maggior parte delle ricerche finora condotte ha però evidenziato come l'entità dei sintomi nel tempo risulti tanto più marcata quanto più grave è stato il decorso dell'infezione acuta.

Il ruolo dei vaccini

Da qui l'ipotesi che l'avvento di farmaci e vaccini, combinato con la comparsa di varianti sempre meno virulente, possa in questa fase contribuire ad attenuare il peso del Long-Covid. "Per capire se con Omicron i casi stiano diminuendo o risulteranno meno gravi, dovremo aspettare almeno l'inizio del 2023 - conclude Bonfrate, che è anche membro del tavolo tecnico della Regione Puglia sulla medicina di genere -. Non è però da escludere che la diffusione della campagna vaccinale possa aver contribuito anche a ridurre il carico dei postumi di questa infezione". Un motivo in più per completare il ciclo di profilassi, in una fase in cui evitare il contagio sta diventando sempre più difficile.