L'aspirina potrebbe aumentare il rischio di insufficienza cardiaca nei pazienti a rischio

Credit: Danilo Alvesd /Unsplash 
L'impiego prolungato di acido acetisaliciclico sembra non essere consigliato per chi ha un fattore di rischio cardiovascolare e patologie cardiologiche
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In chi ha un fattore di rischio cardiovascolare, dal fumo fino a colesterolo o pressione alta, al diabete e ovviamente patologie del cuore già presenti, l’impiego prolungato di aspirina appare associato ad un aumento del 26% del pericolo di sviluppare arresto cardiaco.Occorre sempre ricordare che nella scienza una rondine non fa primavera e che occorrono numeri robusti per arrivare a qualcosa di più sicuro, tanto che lo stesso autore dell’indagine, nel proporre i risultati dello studio senza ipotizzare, segnala l’importanza di svolgere ricerche su numeri più ampi per avere una conferma della possibile associazione. Lo studio è stato condotto da Blerim Mujai dell’Università tedesca di Friburgo, pubblicato su ESC Heart Failure, rivista della Società Europea di Cardiologia. I fattori predisponenti includevano fumo, obesità, ipertensione, colesterolo alto, diabete e malattie cardiovascolari.

"Questo è il primo studio a riportare che tra gli individui con almeno un fattore di rischio per l'insufficienza cardiaca, quelli che assumevano l'aspirina avevano maggiori probabilità di sviluppare successivamente la condizione rispetto a quelli che non usavano il farmaco – fa sapere Mujai. Anche se i risultati richiedono conferma, indicano che il potenziale legame tra aspirina e insufficienza cardiaca deve essere chiarito".

Lo studio

La ricerca ha preso in esame quasi 31.000 persone a rischio (età media 67 anni, per un terzo circa donne) di sviluppare scompenso cardiaco, partecipanti allo studio HOMAGE. Una persona su quattro assumeva acido acetilsalicilico all’inizio dello studio. Negli oltre cinque anni di osservazione, 1330 persone hanno sviluppato lo scompenso. "A rischio" è stato definito come uno o più dei seguenti: fumo, obesità, ipertensione, colesterolo alto, diabete e malattie cardiovascolari. I partecipanti avevano un'età pari o superiore a 40 anni e al basale non soffrivano di insufficienza cardiaca. L'uso di aspirina è stato registrato al momento dell'arruolamento e i partecipanti sono stati classificati come utilizzatori o non utilizzatori. I partecipanti sono stati seguiti per la prima incidenza di insufficienza cardiaca fatale o non fatale che richiedeva l'ospedalizzazione.

Risultato? Dopo aver eliminato tutte le possibili variabili, l’assunzione regolare di acido acetilsalicilico è risultata associata in modo indipendente a un aumento del rischio del 26% di una nuova diagnosi di scompenso. Per verificare ulteriormente i risultati, l'analisi è stata ripetuta dopo aver escluso i pazienti con una storia di malattie cardiovascolari. In 22.690 partecipanti (74%) senza malattie cardiovascolari, l'uso di aspirina è stato associato a un aumento del rischio di insufficienza cardiaca incidente del 27%. Detto che si tratta solo di una prima osservazione e che sono necessari studi ampi e randomizzati per poter confermare questa ipotesi, i dati impongono una maggior attenzione da parte dei cardiologi quando il paziente presenta scompenso cardiaco o presenta fattori di rischio specifici. Ma vanno prese con la giusta attenzione.

Servono altri studi

"Sebbene sia stata condotta un'analisi statistica rigorosa e, soprattutto, su di un ampio numero di pazienti, non è possibile comunque escludere con certezza un effetto di causalità inversa, bias caratteristico degli studi osservazionali – commenta Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC). Inoltre, le informazioni relative all’assunzione di aspirina sono circoscritte al momento in cui il paziente è stato incluso nello studio: quindi non sapremmo mai per quanto tempo l’aspirina è stata assunta o se i pazienti sono stati aderenti alla terapia anti-piastrinica. Infine, ma non meno importante, non è stato possibile riportare la causa determinante dello scompenso cardiaco (ischemico e non ischemico), elemento che risulta essere di enorme importanza se si parla di un farmaco utilizzato da anni nella prevenzione primaria e secondaria di eventi ischemici cardiovascolari".