Anticorpi, un nuovo test può svelare quanto possiamo fidarci del nostro sistema immunitario

Uno strumento che permette di valutare la risposta anticorpale contro Spike anche a livello cellulare: lo studio dell'università della Tuscia
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Quanto e come funziona il nostro esercito anticorpale? È diventato un dilemma quotidiano, e ci affligge da mesi, soprattutto dopo prima e seconda dose di vaccino antiCovid. Basta incontrarsi per strada con un amico e, prima ancora di dirsi "ciao", scatta la domanda: "Ma tu come stai ad anticorpi"?

Assodato che l'argomento tira parecchio, ecco che dai laboratori di ricerca arriva un nuovo test aggiuntivo in grado di identificare come e quanto possiamo fidarci del nostro sistema immunitario. Lo propone Giuseppe Scapigliati, ordinario di Zoologia e Biotecnologie animali all'università della Tuscia (Viterbo).

"Con dei miei ex-allievi abbiamo rivisitato un classico sistema immunodiagnostico e messo a punto un saggio di laboratorio che, in modo abbastanza semplice, permette di valutare in maniera specifica e sensibile la persistenza della risposta anticorpale contro Spike-S1 anche a livello cellulare, per meglio definire la durata di uno stato di immunizzazione contro il virus Sars-CoV-2 in seguito a infezione/vaccinazione/richiamo". Lo studio è stato pubblicato su Viruses.

Partiamo dall'inizio, di cosa si stratta?
"Di un protocollo attualmente sperimentale, che però potrebbe essere applicato nei centri diagnostici. Ed è in grado di fornire informazioni aggiuntive sulla capacità (apparentemente anche prolungata nel tempo) delle cellule del sistema immunitario di produrre anticorpi specifici contro il virus Sars-CoV-2".

Come ha sviluppato la ricerca?
"Sulla base di dati precedenti siamo partiti dal prelievo di sangue di un donatore, attraverso il quale il test valuta la presenza di cellule che, se ri-stimolate in vitro con la proteina spike-S1 del virus, producono in vitro anticorpi. E quindi questo dato indica la presenza di una memoria anticorpale presente anche mesi dopo esposizione al virus o dopo vaccinazione. Lo stesso fenomeno si rileva nella possibile assenza, nello stesso donatore, di IgG circolanti dovuta alla loro naturale diminuzione. In sostanza, valuta quantitativamente gli anticorpi prodotti in vitro da cellule B e/o plasmacellule diretti contro la proteina Spike-S1 di Sars-CoV-2. Il principio si basa sulla evidenza immunologica che nelle reazioni di difesa contro un patogeno, a breve termine si esplicano sia le reazioni di difesa innata che la produzione di anticorpi circolanti. A medio e lungo termine si può instaurare una memoria che, in caso di successiva esposizione al patogeno/antigene, porta anche alla produzione di anticorpi da parte di linfociti B della memoria. Ma è quanto succede con qualsiasi vaccinazione".

Però non ogni vaccinazione offre le stesse garanzie...
"Infatti. Per alcuni patogeni basta una vaccinazione ad assicurare memoria di lungo termine (per esempio, i virus del morbillo e della polio), per altri occorrono richiami a distanza di anni (per esempio, il clostridium del tetano), per altri ancora i richiami vanno ripetuti di frequente (per esempio, il virus dell'influenza). Nel caso di Sars-Cov-2, a causa della sua recente comparsa, ancora non si conosce bene quanto possa durare la memoria anticorpale perciò, per il principio di precauzione, si stanno già somministrando le terze dosi".

Ci spiega in dettaglio il meccanismo alla base del test?
"I globuli bianchi mononucleati vengono prima purificati e, successivamente, incubati in presenza della proteina Spike. A questo punto, si procede alla rimozione delle cellule, così che le IgG anti-Spike-S1 prodotte in vitro vengono rivelate con un classico sistema immunoenzimatico".

Quale è stato il risultato?
"In una casistica di circa 140 donatori, nei soggetti risultati positivi a Covid-19 è stata evidenziata la presenza (in qualche caso anche protratta fino ad un anno dopo l'infezione) di cellule secernenti anticorpi in vitro (linfociti B e/o plasmacellule), anche nei casi in cui il test sierologico dava esito negativo".

Il saggio messo a punto da lei e dal suo team, cosa offre più dei test sierologici?
"C'è un valore aggiunto, il sistema misura, come dicevo, gli anticorpi antivirali prodotti in vitro dai linfociti B/plasmacellule anche laddove non si riscontrano anticorpi nel siero, permettendo così di evidenziare nel tempo e in maniera misurabile, la risposta anticorpale contro il virus. Con le modifiche tecniche introdotte, il nostro saggio potrebbe rendere alla portata della maggior parte dei laboratori di diagnostica clinica un'analisi altrimenti ristretta ai centri di ricerca".