La chirurga dei trapianti: "Il mio primo intervento al cuore? Avrei potuto farlo a occhi chiusi"

La dottoressa Martin Suarez durante un intervento insieme al marito Carlo 
Sofia Martin Suarez, spagnola di nascita e italiana di adozione è stata insignita a Napoli per l'intervento eseguito al Sant'Orsola di Bologna. La sua storia fatta di passione, disciplina e poco sonno. "Il momento più incredibile? Quando il cuore che ho inserito riprende a battere"
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Il 18 settembre scorso, alla base di Rivolto in provincia di Udine, sono stati celebrati i 60 anni delle Frecce Tricolori. Alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, la Pattuglia Acrobatica Nazionale dell’Aeronautica Militare italiana si è esibita nei cieli sopra il Friuli. Al termine dell’impresa, eccoli lì, schierati in piedi sulla pista, i 19 piloti della pattuglia a ricevere il saluto del presidente: lui cammina davanti al gruppo e si ferma di fronte a ogni singolo, per esprimergli stima ed ammirazione. Fra quei ragazzi in tuta blu c’è una donna, una sola, ma c'è. Mattarella si complimenta anche con lei, senza cambiare minimamente atteggiamento, nei gesti o nelle parole: nessuna espressione di sorpresa, nessuno slancio di affetto particolare e diverso rispetto al tributo riservato ai colleghi uomini. Non sottolineare in alcun modo che dietro a quella divisa c’era una femmina in mezzo a tanti maschi, ha significato la firma della più alta carica dello Stato ad una consapevolezza definitivamente acquisita: uomini e donne, se degnamente preparati, possono e devono avere le stesse opportunità in qualsiasi professione. Quando competenti al medesimo livello, andranno a segno nello stesso identico modo. 

Quella pilota è stata incensata per ciò che ha fatto, per il risultato ottenuto grazie ad anni di preparazione, sacrificio, disciplina, passione, studio ed allenamento. Apprezzata per il suo personale apporto al mondo e non per avercela fatta “nonostante” l’essere femmina. 

La dottoressa Martin Suarez in mezzo ai colleghi: a sinistra il professor Davide Pacini, primario di cardiochirurgia al Sant'Orsola, a destra il dottor Luca Di Marco 

 Le "prime donne" dei trapianti

È così che si sentono le donne coinvolte in carriere difficili e di responsabilità. Guardano al loro mestiere con impegno ed umiltà e non si aspettano premi. Ce lo conferma Sofia Martin Suarez, medico cardiochirurgo, nata 47 anni fa a Parigi da genitori spagnoli, cresciuta fra Valencia e Barcellona, laureata all’Università di Granada e infine specializzata in Italia, a Bologna (dove ormai risiede), sotto la guida del professor Angelo Pierangeli che oggi non c’è più, ma che è stato Professore ordinario di Cardiochirurgia presso il Dipartimento Cardiovascolare dell’Università di Bologna e Direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiochirurgia. 

In occasione del 44° Congresso Nazionale della Società Italiana dei Trapianti d’Organo e Tessuti (SITO) che si è svolto a Napoli dal 3 al 5 ottobre scorsi, la dottoressa Martin Suarez è stata insignita, insieme con altre professioniste, di un riconoscimento speciale per essere stata la prima donna ad eseguire un trapianto di cuore al Sant’Orsola di Bologna (premiate anche Luisa Belardinelli, prima donna ad eseguire in Italia un trapianto di rene al Policlinico di Milano, Elena Orsenigo, prima donna italiana a eseguire un trapianto al pancreas al San Raffaele di Milano, e  Manuela Rocella, prima donna italiana ad eseguire un trapianto di fegato all’Università di Pisa).

Durante l’evento sono stati presentati i risultati di una indagine promossa da SITO, Centro Nazionale Trapianti e WIS  (Women In Surgery) Italia che ha dimostrato che fra i chirurghi di livello primariale, 1 su 5 è donna. Sono 65 le donne che hanno eseguito trapianti da sole e quelle che li eseguono attualmente in autonomia sono 44. Dati che hanno inorgoglito la comunità scientifica, spingendola a sottolineare questi importanti traguardi con la chiamata sul podio delle quattro dottoresse italiane d’origine o di adozione.

Una scelta lodevole nella sua accezione “celebrativa” del graduale e significativo avanzamento delle donne anche nel campo della medicina. Ma ennesima occasione in cui, giocoforza, si mette in luce una sottile diseguaglianza nella considerazione e valutazione dei generi.

Sofia Martin Suarez durante un intervento 

Un riconoscimento dalla doppia faccia

“Sento che il riconoscimento è immeritato: perché per essere donna dovrei essere premiata? C’è merito per essere donna?” - ci dice la dottoressa Martin Suarez. - Questo premio va a tutte le donne! Tutte le donne che rispetto agli uomini, hanno una dedizione, assieme ad una umiltà, che pochi uomini hanno. E’ indiscutibile che gli sforzi che devono fare le donne per avere gli stessi riconoscimenti e la stessa credibilità, sono il triplo rispetto all’altro genere. Non entro nel merito di come la società, le leggi, la cultura in generale, ancora alimentino una certa immagine della donna – prosegue la dottoressa -. E non soltanto in Italia. La donna ancora è inquadrata come l’unica procreatrice dei figli, e gli uomini che si fanno carico dei figli come degli eroi. Leggi di maternità ingiuste, che non prevedono donne con impegni professionali di un certo livello.

Certamente questo premio mi ha fatto piacere – precisa  - E’ stata una grande emozione perché è un riconoscimento a tutte le persone che mi hanno supportato, dai miei genitori a mia sorella. Quando ho lasciato la Spagna nel 1998 c’è stata tanta sofferenza da parte loro. E poi ringrazio mio marito, che ha sempre compensato con amore e sostegno, il dispiacere di avere abbandonato il mio Paese. Devo tanto anche ai miei maestri e mentori, sia Italiani che esteri che mi hanno insegnato questo mestiere e mi hanno spinto, aiutato ad arrivare dove sono arrivata. Tutte le difficoltà riscontrate sul mio percorso proprio in quanto donna, sono state e sono uno stimolo ad essere migliore, da qualunque punto di vista, professionalmente, intellettualmente e come essere umano”.

Sofia Martin Suarez in sala operatoria con una giovane e promettente cardiochirurga 

L'essere umano dietro il camice del chirurgo

E’ una visita guidata dentro uno spirito ricco e sfaccettato quella che sentiamo di vivere mentre dialoghiamo con Sofia Martin Suarez. Vogliamo conoscere il risvolto prettamente umano di una professione così complessa come quella del chirurgo, un mestiere che suona sempre come qualcosa di inarrivabile, di eccezionale, quasi divino. Professionisti che hanno nelle loro mani, proprio fra le loro dita, la vita dei pazienti, il destino dei malati, il futuro delle persone. Sapere chi c’è dietro quegli scafandri e quegli occhiali chirurgici, che cosa pensa, come è arrivato fin dentro quella sala operatoria, ci farà capire quanto alla base di tutto, così come nel caso della pilota delle Frecce Tricolori, ci siano volontà, dedizione e anche parecchia umiltà. 

“La mia attività come chirurgo di trapianti di cuore e supporti meccanici – racconta la dottoressa Martin Suarez -  ha avuto un’evoluzione graduale in parallelo al resto dell’attività chirurgica. Il processo di formazione che ti porta ad essere un chirurgo completo è lungo, progressivo e non finisce mai. Analogamente ad altre professioni di grossa responsabilità, esattamente come un pilota di aereo, quando arrivi ad essere il primo chirurgo responsabile della vita di un paziente hai già tante ore di volo sulle spalle. Hai partecipato a migliaia di interventi come aiuto chirurgo o eseguiti in condivisione con un altro chirurgo senior supervisore. E’ come un bambino che comincia a camminare: quando smette di aggrapparsi a qualcuno o a qualcosa, è da mesi che è comunque in piedi”. 

Sofia con il professor Pierangeli e altri grandi colleghi, fra cui il professor Di Eusanio, il dottor Settepani e il dottor Di Marco 

Ansia sempre sotto controllo in sala operatoria

Possiamo dunque pensare che il trapianto di cuore per il quale è stata premiata di recente non le abbia dato quell’ansia che un profano potrebbe immaginare? “Devo dire che il mio primo trapianto, forse, avrei potuto farlo già a occhi chiusi - chiarisce.- Sapevo perfettamente cosa c’era da fare. Ogni giorno nella nostra professione ci dobbiamo confrontare con la vita e la morte del paziente che abbiamo in cura. Questo prevede che nella nostra formazione si sviluppi un buon controllo dell’emotività senza perdere però di umanità ed empatia”.

Quindi Sofia, in parte, conosce e condivide anche la storia dei suoi pazienti. La porta sempre con sé? “Non ricordiamo tutti i dettagli dei singoli casi. Non è per mancanza di emozioni, bensì il risultato di un corretto processo di crescita professionale che porta ad essere in condizioni di gestire in tutto e per tutto un trapianto di cuore così come tutti gli altri interventi cardiochirurgici”. 

Umanità ed empatia con il paziente ed i suoi familiari

E nel rapporto con i familiari di chi viene operato? Riscontra fiducia in chi le affida un proprio caro? “Nei miei primi trapianti, eseguiti con miei mentori, il professor Giorgio Arpesella e il professor Giuseppe Marinelli, approcciavo sempre i famigliari con uno di loro, i quali mi presentavano come il loro chirurgo collaboratore di fiducia. Dopo di che, una volta affermata la mia posizione riuscivo a rinforzare il rapporto con me valorizzando il mio lato sia professionale che umano. E qui forse un piccolo distinguo tra operatori uomini e donne potremmo farlo. Credo infatti – chiarisce la dottoressa Sofia  - che umanità ed empatia siano caratteristiche più presenti nel genere femminile rispetto alla controparte. Siamo fra l’altro una generazione di donne che si mettono costantemente in discussione e che cercano incessantemente il perfezionamento. Sicché la donna finisce per avere quel grado di umiltà in più rispetto  all’uomo che le consente di lavorare per crescere, progredire, migliorare. Umiltà, empatia, umanità…dovremmo fare delle analisi antropologiche che spiegano il perché nella donna certe caratteristiche sono più presenti. 
La femmina mammifera – osserva ancora la dottoressa Suarez - ha un istinto di autopreservazione che il maschio non ha. Il maschio è capace di lottare con gli altri maschi per ragioni futili e guidato dal suo sistema ormonale. Ragioni evolutive, biologiche e culturali hanno portato la donna ad avere un’intelligenza emotiva molto sviluppata e ad essere meno incline alla lotta per il potere”.

La dottoressa Martin Suarez con il suo mentore, il professor Angelo Pierangeli e la cardiochirurga Elisa Mikus
  

 

Un cuore che torna a battere: due vite che ricominciano

Che bella conquista l’intelligenza emotiva. E’ quella spinta che dà la possibilità al genere femminile di abbracciare più cose in un solo momento. Di metterci del proprio, mescolando le competenze acquisite con l’innata e naturale (ma anche evolutiva, come ha spiegato Sofia) inclinazione a perseguire un fine conservativo e costruttivo. Un motore probabilmente utile e coinvolgente anche nei frangenti critici di un mestiere come quello del chirurgo. 

Chissà quale è stato l’attimo più intenso da questo punto di vista per la dottoressa Martin Suarez durante quel trapianto di cuore che le ha conferito tanto onore. “Seppure gli interventi di cardiochirurgia di per sé prevedano passaggi sistematici e standardizzati – spiega –, ogni paziente ha delle caratteristiche fisiche, anatomiche, anagrafiche e psicologiche che rendono l’intervento, e tutto quello che succede prima e dopo, unici. Questo avviene ancora di più nel trapianto di cuore. 

Per un chirurgo esperto, l’intervento di trapianto può essere abbastanza semplice, però in alcuni casi può invece risultare estremamente complesso. C’è sempre l’incognita di quale sarà il comportamento del cuore del donatore nel suo nuovo habitat. Dunque, è quella la parte più critica dell’operazione, ma anche la più sorprendente. Ecco io ogni volta che vedo il cuore riprendere la sua attività regolare nel corpo del trapiantato, mi commuovo. Penso al paziente ricevente che nasce di nuovo e al donatore che in qualche modo ritorna in vita. Forse sono sensazioni poco scientifiche, ma il sentimento è questo”.

Sofia Martin Suarez mentre addestra un giovane collega in formazione 

Due persone che, in modi totalmente diversi, tornano a fare parte della vita. E questo grazie alle sapienti mani di un medico e alla passione di una donna. Riconosciuta adesso per il suo apporto esclusivo al Sant’Orsola di Bologna. Un traguardo, oppure un inizio?
“Entrambi – chiarisce la dottoressa Martin Suarez - Un traguardo perché era uno dei miei obbiettivi, per non dire il mio sogno, quando ho cominciato e deciso di fare la specialità in cardiochirurgia. Ma un inizio della mia vita da cardiochirurgo, il principio  della mia realizzazione professionale, avendo portato a termine finora oltre 100 trapianti di cuore come primo chirurgo, innumerevoli interventi della cardiochirurgia e impianti di ventricoli artificiali. Si potrebbe dire che il primo trapianto che ho eseguito è stato il traguardo della prima tappa della mia vita professionale”. 

 

Notti in bianco e senza mangiare: chi sceglie questo mestiere ha vita dura

Un mestiere durissimo che non si può affrontare se non si è fortemente motivati. I giovani che intendono intraprendere questo percorso devono sapere quanta fatica e determinazione sono necessarie. “Come diceva un mio carissimo amico e collega, sono la persona meno adatta a sconsigliare di fare questo lavoro, perché l’amore che provo per questo mestiere è smisurato e apparentemente percettibile. Per questo motivo, sconsiglierei di farlo a chi non sia disposto ad amarlo con tutti suoi difetti, con tutti gli sforzi che richiede, fisici, mentali, d’integrità psicologica. Soltanto amandolo si possono superare tutti gli ostacoli. Sono convinta – dice la dottoressa Martin Suarez - che ogni persona sa, dentro di sé, quello che davvero vuole nella vita. Ci sono tante specialità mediche che sono altrettanto appaganti ma non prevedono di passare le notti in piedi, senza dormire, senza mangiare, perdendo o comunque mettendo a rischio i rapporti personali con gli altri e sentendosi costantemente non all’altezza”.

Sofia con i colleghi cardiologi dedicati allo scompenso: i dottori Antonio Russo e Luciano Potena  

E se si potesse riavvolgere il nastro e tornare indietro? La donna Sofia sceglierebbe ancora la stessa complicatissima strada? “Se non fossi diventata un medico – riflette - avrei cercato di rimanere comunque nell’ambiente sanitario, come infermiera, oppure ostetrica. O forse mi sarei dedicata allo sport che amo molto. La vela, in particolare. In effetti, in sala operatoria, mentre lavoro, mi sento spesso come quando ero in mare, dominando il vento e con il fruscio delle onde che mi spingono là dove voglio arrivare”.

Sofia Martin Suarez durante un intervento 

Il percorso professionale di Sofia Martin Suarez
Mi sono laureata presso l’Università di Granada in Spagna nel 1998. Avevo trascorso già un periodo in Italia, a Bologna nel 1996, in Cardiochirurgia. Avevo già preso in considerazione di specializzarmi all’estero, in Francia, in Inghilterra o negli Usa. Alla fine scelsi l’Italia perché a Bologna il gruppo dei cardiochirurghi, con il professor Pierangeli in testa, mi aveva trattato professionalmente e personalmente in modo straordinario. Avevo anche conosciuto l’uomo che poi è sarebbe diventato mio marito, un altro cardiochirurgo, il dottor Carlo Savini. 

Nel 2003, ho preso la specialità in Cardiochirurgia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Un momento difficilissimo: specializzata ma senza impiego. Avevo 30 anni e mi venne data la possibilità di proseguire a Bologna con un dottorato di ricerca. Nel 2004, come Dottorando di Ricerca sono entrata a fare parte dello staff chirurgico. Iniziai a fare i prelievi di cuore come responsabile dell’equipe, in tutto il territorio italiano e sporadicamente anche all’estero. Oltre ai trapianti, eseguivo chirurgia di routine e di urgenza/emergenza, ed ero nei turni come miei colleghi dirigenti dell’Unità Operativa del professor Roberto Di Bartolomeo. Seguivo inoltre, i progetti di ricerca con il professor Giorgio Arpesella. 

Nel 2006, trascorsi un periodo negli Stati Uniti, nella Brown University di Rhode Island dove mi dedicai alla ricerca e alla chirurgia esperimentale. Nel 2007 sono ho iniziato con i trapianti di cuore come primo operatore. Il dottorato era concluso e avevo finalmente un contratto a tempo determinato. 
Sono stata assunta come dirigente medico il 30 dicembre 2009, dopo circa 2 anni dal concorso. Il 15 gennaio 2010, sono andata in maternità, e il 16 febbraio è nata la nostra primogenita. Il 17 settembre ero già al lavoro!
Nel 2012, diventai referente del programma di Endarterectomia Polmonare ereditandolo da un altro grande Maestro il dottor Piero Maria Mikus. Ho trascorso un periodo in Germania, per puntualizzare i protocolli in questo ambito, con il dottor Mayer. 

Ho proseguito con i trapianti di cuore con il professor Marinelli come responsabile del programma fino al 2018. Nel 2019, abbiamo avuto un ricambio generazionale, il professor Pacini, è diventato il responsabile dell'Unità Operativa di Cardiochirurgia e responsabile del Programma Aziendale Scompenso Cardiaco Avanzato e Trapianto di Cuore, io sono stata nominata responsabile del percorso chirurgico. 
Oggi mi occupo di trapianti di cuore e impianto e gestione dei supporti meccanici. Sono anche referente, grazie agli insegnamenti del professor Paolo Ferrazzi, del programma di Miectomia come trattamento chirurgico della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva.