Covid, Ichino: "Per le scuole in sicurezza serve l'obbligo vaccinale"

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Il giuslavorista Pietro Ichino spiega sul numero di Salute in edicola da oggi che far uscire dalle classi prof e bidelli no-vax si concilia benissimo con le leggi sul lavoro. E con la Costituzione. È l'unico modo per garantire istruzione e salute
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Quando è in gioco la salute pubblica, anche il diritto alla privacy può subire un marginale sacrificio: parola di Pietro Ichino che interviene sui problemi posti dal rientro in sicurezza nelle scuole. Perché, per garantire che il rientro alla didattica in presenza avvenga in sicurezza, è necessario minimizzare le possibilità di contagio tra il personale scolastico e tra gli studenti. Il che vuol dire, senza girarci troppo attorno, aumentare il più possibile la quota di vaccinati in entrambe le popolazioni.

Al momento sembra ci siano tre opzioni sul tavolo: obbligo di green pass per il personale scolastico (ma non per gli studenti), obbligo vaccinale solo nelle regioni con la media di vaccinazioni al di sotto di quella nazionale, obbligo vaccinale per tutto il personale. Ichino è convinto che la terza opzione sia la migliore, e ha firmato, assieme ad altri colleghi, una lettera aperta al presidente Draghi per chiedere una legge che disciplini la questione.

Pietro Ichino 

Perché pensa che l'obbligo vaccinale per tutti sia l'opzione migliore?
"Perché non mi sembra ragionevole esentare dall'obbligo i renitenti di una regione solo perché percentualmente meno numerosi di quelli della regione vicina. Così come non mi sembra che abbia molto senso obbligare alla vaccinazione il personale scolastico e non gli altri dipendenti pubblici, che pure lavorano a stretto contatto l'uno con l'altro e in molti casi hanno contatti continuativi con gli utenti".

Come immagina la legge che avete chiesto al presidente Draghi?
"Basterebbero tre righe, per dire che dall'inizio del prossimo anno scolastico né gli insegnanti, né il personale amministrativo, possono accedere ai rispettivi istituti senza il green pass; e che ai renitenti si applicano le stesse norme già previste dal decreto-legge n. 44/2021 per il personale medico-sanitario".

Esiste già una legislazione in merito alla sicurezza dei luoghi di lavoro. Non sarebbe sufficiente applicare quella?
"Sarebbe sufficiente se nei mesi passati su questo tema non si fosse registrata una serie di prese di posizione del Garante per la Privacy a mio avviso sbagliate, perché assunte senza il necessario approfondimento della questione. Donde alcune indicazioni che hanno confuso le idee agli operatori alimentando le polemiche di chi alla campagna di vaccinazione si oppone: come l'indicazione secondo cui sarebbe sempre vietato, nell'ambito di un rapporto contrattuale, chiedere l'esibizione del certificato di vaccinazione. Quando è in gioco la sicurezza e la salute delle persone, o l'istruzione delle nuove generazioni, o la libera circolazione, anche il diritto costituzionale alla privacy può subire un marginale sacrificio, come quello del dovere di esibire il certificato di vaccinazione".

Come si concilia l'obbligo di vaccinazione con la libertà di non sottoporsi a qualsiasi trattamento medico-sanitario, sancito dall'articolo 32 della Costituzione?
"Questa norma colloca al primo posto la protezione della sicurezza e salute di ciascuna persona e di tutti. Proprio per questo essa prevede la possibilità che l'obbligo di vaccinazione venga previsto in una legge, come è già oggi per quella contro la poliomielite, la difterite e una decina di altre malattie infettive. Ma l'obbligo di esibire il green pass per salire su un treno, entrare a scuola o in un ristorante, a ben vedere, non configura neppure un vero e proprio obbligo di vaccinarsi. Chi non vuole resta libero di non farlo; ma non anche libero di infettare gli altri. Libero dunque anche l'albergatore, il ristoratore, il gestore di un servizio di trasporto pubblico, e ancor più l'amministrazione scolastica, di subordinare l'accesso all'esibizione del green pass".

Pietro Ichino, Giuslavorista, già sindacalista e senatore. Oggi è professore ordinario di Diritto del lavoro all'Università degli Studi di Milano